Teatro di interni

Anche se è stata una grande figura del design del ventesimo secolo, Renzo Mongiardino non è mai stato un nome familiare, nemmeno nel suo paese d’origine, l’Italia, dove ha vissuto e lavorato fino alla sua morte, nel 1998 all’età di ottantuno anni.
La sua carriera inizia nel 1936 quando si trasferisce a Milano per studiare architettura dove nel 1942 si laurea al Politecnico milanese con Giò Ponti.
Gli anni in cui Mongiardino comincia a lavorare sono quelli del Movimento Moderno, nei confronti del quale nutrirà sempre una sorta di diffidenza, intravedendo a suo dire, la sotterranea aridità dei suoi seguaci.
Dal 1944 collabora con numerosi articoli alla rivista Domus e intraprende la sua multiforme attività professionale rivolta soprattutto alla creazione di ambienti, domestici e teatrali.
Agli inizi degli anni ’50 comincia ad affermarsi come architetto, lavorando nella sua casa-studio di Milano in viale Bianca Maria.
A pesare negativamente sulla sua opera è stato sicuramente il fatto di aver lavorato quasi esclusivamente per lussuose opere di carattere privato arredando alcune delle case più affascinanti della seconda metà del XX secolo (tra i suoi clienti i Thyssen, Onassis, Agnelli, Versace, Rothschild e Hearst).
Non esistono opere pubbliche di Mongiardino fatta eccezione i suoi progetti realizzati a Milano (in via Donizetti e in via Borgonuovo e il ristorante “Da Giacomo”) e il restauro di alcuni grandi alberghi (Carlyle a New York, Kulm Hotel a Sankt Moritz, il Plaza a Roma).
Dalla fine degli anni ‘50 inizia la sua attività di scenografo per il teatro e per il cinema con Franco Zeffirelli, Peter Hall, Giancarlo Menotti, Raymond Rouleau che gli valranno due nomination agli Oscar nella categoria migliore scenografia.
Gli stessi pittori, carpentieri, doratori e modellisti che fabbricano i set di Mongiardino per il cinema e il teatro hanno lavorato agli interni delle sue dimore (tra questi Lila de Nobili, pittrice e designer il cui lavoro nel mondo del teatro italiano era altrettanto venerato come il suo) .
Nel 1993 Mongiardino pubblica, edito da Rizzoli, “Architettura da camera”, una serie di lezioni-racconto nelle quali rivela alcuni dei canoni della sua architettura di interni, senza mai dimenticare di fare cenno ai suoi insostituibili artigiani, preziosi collaboratori che sanno trasformare in realtà la magia di un progetto, a lui legati da “quell’affinità elettiva a cui si giunge dopo anni di collaborazione in un esercizio continuo di affettuosa comprensione”.
Il modernismo in acciaio inossidabile non ha suscitato mai alcun fascino sullo stravagante progettista intriso di nostalgie proustiane. Mongiardino era un abilissimo creatore di spazi spettacolari, ha saputo accostare oggetti comuni e di antiquariato, in un gioco magistrale di tessuti preziosi o dipinti, pannelli scolpiti e trompe l’oeil, oggetti falsi e oggetti veri, grazie ai quali otteneva veri capolavori con materiali poveri.
Per i suoi “allestimenti” utilizzava cartone pressato, dipinto e dorato alla maniera del cuoio lavorato e per i capitelli monumentalie e le cornici usava materie plastiche finemente modellate ma niente di tutto questo gioco di prestigio era poco costoso.
Dopo l’incendio del Teatro la Fenice di Venezia del 1996, Gae Aulenti gli affida il progetto per la ricostruzione degli interni del teatro, progetto che non sarà portato a compimento perché morirà due anni dopo.

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