Archeologia della mente

«Ho fatto molti sacrifici per la mia raccolta di antichità greche, romane
ed egiziane, e in realtà ho letto più di archeologia che di psicologia»

Sigmund Freud fu un accanito collezionista di arte antica per oltre quarant’anni della sua esistenza, fu egli stesso a considerarlo un «vizio che per intensità era secondo solo a quello del fumo», anche se risulta un aspetto poco conosciuto ed insolito della biografia del padre della psicoanalisi.

La sua grande passione per l’arte e la letteratura, motivava il suo interesse nel collezionare oggetti d’arte.
Questa passione, per l’arte e la classicità, non rimarrà mai confinata nella sfera della vita privata, non sarà mai solo un passatempo erudito, ma qualcosa che ha arricchito la sua ricerca.
Il soggiorno a Parigi grazie ad una borsa di studio, dall’ottobre del 1885 al marzo del 1886,  avrà un ruolo fondamentale nella genesi della sua collezione.
“Le opere d’arte esercitano una forte influenza su di me, specialmente la letteratura e le arti plastiche, più raramente la pittura. Sono stato indotto perciò a indugiare a lungo di fronte a tali opere ogni volta che mi si offriva l’occasione; volevo capirle a modo mio, cioè rendermi conto di come agiscono. Dove questo non mi è possibile, per esempio nella musica, sono quasi incapace di godimento”

Musica, opera lirica e teatro sono arti molto poco frequentate dal padre della psicoanalisi. Freud padroneggiava egregiamente sia la lingua latina che quella greca e pare che all’epoca del ginnasio fosse già in grado di tenere addirittura un diario in greco antico.
Questo gli diede la possibilità di accostarsi ai testi degli antichi filosofi e tragediografi come un lettore niente affatto amatoriale e discontinuo. Freud amava profondamente l’Italia ed ogni volta che il suo lavoro privato ed i suoi impegni istituzionali glielo rendevano possibile, si recava a visitarla.
Nella spiccata eterogeneità dei pezzi, che superano le duemila unità, il denominatore comune risulta senza dubbio essere la loro antichità, la loro origine così lontana nel tempo, oltre che, ovviamente, il gusto personale del loro collezionista. Freud acquistava soprattutto sculture – sebbene possedesse alcuni frammenti di pitture su gesso, papiro e tela, ed oltre cento contenitori di vetro antichi e frammenti concentrandosi in particolare sull’arte egiziana, che costituisce quasi la metà della sua collezione, sull’arte greca, etrusca, romana e negli ultimi anni cinese.
Sfortunatamente, con il passare degli anni, quando non potrà più ignorare la minaccia nazista, e quando l’Austria venne occupata nel marzo del 1938 la situazione iniziò a precipitare e Freud fu costretto ad emigrare in Inghilterra. Non sapeva però se avrebbe potuto portar con sé l’amata collezione – messa sotto sequestro dal regime ma poi fortunatamente dissequestrata senza confische, costretto soltanto ad una modesta tassa da pagare.
Quando morì nel 1939 e le sue ceneri furono poste in un’urna greca, dono della principessa Maria Bonaparte, come a suggellare la pluridecennale attività di collezionista. Tuttavia non vi è prova che fu Freud a scegliere questo oggetto per conservare i propri resti dato che nel testamento non vi sono disposizioni a riguardo.
Le figure più numerose presenti nella collezione erano infatti quelle di studiosi, saggi e scriba, testimoni di una saggezza millenaria oltre che figure guida e la loro disposizione “ad uditorio” ne sottolinea proprio questo ruolo. Suggestiva a questo riguardo è la testimonianza che ci da un suo paziente, l’uomo dei lupi:

«Le due stanze di per sé dovevano sorprendere qualsiasi paziente, perché non ricordavano affatto il gabinetto di un medico, ma piuttosto lo studio di un archeologo. C’erano statuine di ogni tipo e altri oggetti insoliti, che anche un profano avrebbe riconosciuto come pezzi di scavo egiziani. Qua e là sulle pareti, pannelli di pietra rappresentavano scene varie di epoche da lungo tempo scomparse. Qualche pianta in vaso ravvivava le due stanze, e il folto tappeto e le tende vi aggiungevano una nota di intimità domestica. Tutto lì contribuiva a creare il senso di essersi lasciati dietro la fretta della vita moderna, di essere al riparo dalle preoccupazioni quotidiane. Freud spiegava il proprio amore per l’archeologia con il fatto che lo psicoanalista, come l’archeologo nei suoi scavi, deve scoprire uno dopo l’altro i vari strati della psiche del paziente prima di arrivare ai più profondi e preziosi tesori»

Il paragone tra il lavoro dell’archeologo e quello dello psicoanalista costituisce il nucleo della metafora archeologica che viene utilizzata da Freud per sdoganare una disciplina impopolare come quella psicoanalitica.

Tratto da “Freud collezionista di arte antica” di Luca Di Gregorio.

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2 pensieri su “Archeologia della mente

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