Giuseppe Scalarini e la pericolosa arte della satira disegnata

Antimilitarista, anticapitalista, antifascista, tutti “anti” che rendono particolarmente interessante la figura di Giuseppe Scalarini il vignettista che inventò la satira illustrata all’italiana. Lavorò per l’«Avanti!», il «Corriere dei Piccoli», «Il popolo d’Italia» e per altri innumerevoli quotidiani e settimanali incluse collaborazioni con diverse testate estere quali il «Fliegende Blätter» di Monaco e il «Lustige Blätter» di Berlino.
La sua vita si divise tra la natia Mantova, i ripetuti viaggi a Parigi e le fughe a Berlino e a Vienna, dove si rifugiò per evitare la condanna di reato contro lo stato nel 1898.
Il momento più fecondo della sua carriera, e quello più denso di processi a suo carico, arrivò col trasferimento a Milano il 22 ottobre 1911, proprio durante la campagna di Libia espresse il suo dissenso pacifista sull’«Avanti!» diretto allora da Claudio Treves. Inizia così una collaborazione quotidiana che durerà fino al 10 gennaio 1926, anno delle “leggi eccezionali” censorie del regime fascista.
Scalarini fu un autore duramente perseguitato dal fascismo. Già nel 1920 viene aggredito a Gavirate (in provincia di Varese), dove risiede dal 1914, da un gruppo di squadristi che gli somministrano l’olio di ricino.
Nel 1926, in seguito all’attentato a Mussolini del 31 ottobre a Bologna, si scatenano rappresaglie fasciste contro giornali e militanti di sinistra. Il “Tribunale speciale di difesa dello Stato” istituisce leggi eccezionali contro gli oppositori. A novembre, Scalarini viene picchiato a Milano da una squadra di camicie nere. L’aggressione gli causa la frattura della mandibola e una commozione cerebrale.
 Uscito dall’ospedale, nel dicembre del 1926 viene arrestato e condannato dal Tribunale speciale a cinque anni di confino, prima a Lampedusa, poi a Ustica, dove resta fino al novembre 1929, quando viene trasferito a Milano come “sorvegliato speciale”.
Gli viene impedito di firmare qualunque tipo di lavoro, divieto che non verrà mai revocato. Scalarini quindi si dà alla letteratura per l’infanzia, collabora anche al «Corriere dei piccoli» dal 1932 al 1946 ed alla «Domenica dei Corriere» dal 1934 al 1946.
Il 15 luglio 1940 viene nuovamente arrestato a Gavirate, il 20 è internato nel campo di concentramento di Istonio (oggi Vasto). Viene poi trasferito a Bucchianico (Chieti). Il 22 dicembre viene revocato l’internamento, ma ripristinata la vigilanza. Nel 1943 sfugge all’arresto della polizia di Salò.
Scrive suo nipote Ferdinando Levi”. Nel 1945 arrivò la fine della guerra ed alla liberazione ebbe la sua piccola rivincita quando tutti i piccoli ras fascisti di Gavirate vennero nella casa di viale Verbano a chiedere la sua intercessione per evitare rappresaglie e vendette. Il nonno, nonostante tutto quello che aveva sofferto a causa della sua fede socialista, non esternava mai nessun senso di rancore verso i suoi avversari politici e sicuramente tutto quello che aveva da dire lo faceva con inchiostro e penna e non con le parole”.
Nel dopoguerra riprende la collaborazione con l’Avanti! e lavora anche per “l’Umanità” il “Codino Rosso” e il “Sempre Avanti!”.
 Giuseppe Scalarini muore a Milano il 30 dicembre 1948.
Era solito firmare le proprie vignette e disegni con un vero e proprio inconfondibile rebus formato sul suo cognome: il disegno stilizzato di una scala a pioli seguito dalle sillabe “rini” finali. 
Nel coccodrillo della Stampa del primo gennaio del 1949 Mario Borsa scrisse: «Se si sarà portato la matita, chissà che gioia per l’altro mondo!».
In uno scritto del 1963, Roberto Longhi, auspicando la messa in luce e lo studio della storia della caricatura politica in Italia negli ultimi cento anni, citerà Scalarini quale suo esponente più significativo del secolo allora in corso.

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