L’intellettuale mite

Aldo Braibanti, foto del 10.11. 1969Aldo Braibanti fu partigiano, filosofo, poeta, scrittore, autore teatrale, videomaker, e mirmecologo; una personalità complessa e di vasta rilevanza culturale che Carmelo Bene definì “un genio straordinario”.

Per notizie più approfondite sulla sua vita, rimandiamo a opportuni saggi che, in occasione della sua recente morte, hanno fatto luce sulla sua figura di precocissimo antifascista e di perseguitato politico. Arrestato in due diverse occasioni durante il regime, nella seconda cattura Braibanti fu torturato dalla famigerata “Banda carità” nella Villa Triste di Firenze; i suoi scritti vennero sequestrati e distrutti dalle SS.

Il suo coerente impegno ideologico nel Dopoguerra poteva spianargli la strada per una fulgida carriera politica nella giovane Repubblica, ma nel 1947 abbandonò le fila del Partito Comunista per dedicarsi ai suoi studi e all’arte:

“Avevo già deciso di tornare al mio vero lavoro, restando nel piacentino. La poesia è sempre stata il mio mestiere di vivere e di conseguenza anche l’arte figurativa: in quegli anni lavorai molto con la tecnica del collage e dell’assemblage. Insieme a Renzo Bussotti utilizzammo una torre medievale di Castell’Arquato, un borgo vicino al mio paese, per far nascere un laboratorio artistico, nel quale fra l’altro producevamo ceramiche e rami smaltati. Quell’esperienza durò parecchi anni, tra la fine degli anni Quaranta e la fine dei Cinquanta.”

A distruggere la serenità di Aldo fu il celebre processo che lo vide accusato di “plagio“, reato che la Repubblica Italiana ereditava dal “Codice Rocco.” Denunciato dal padre del suo compagno, Braibanti, come un moderno Socrate, divenne il capro espiatorio dell’Italietta piccolo borghese, misoneista e reazionaria.

A nulla valse la difesa pubblica dei maggiori intellettuali italiani: Umberto Eco, Dacia Maraini, Alberto Moravia, Guido Calogero, Pier Paolo Pasolini, ­­­Giuseppe Chiarie, Adolfo Gatti, Mario Gozzano, Cesare Musatti, Ginevra Bompiani, Cesare Zavattini, Piergiorgio Bellocchio, Carmelo Bene, Alberto Grifi e Patrizia Vicinelli. Fu un processo politico alla cultura libertaria e all’omosessualità intesi come motore di corruzione morale del paese.

Così, nel 1968, Braibanti venne condannato a nove anni di reclusione, poi ridotti a quattro, e rinchiuso a Regina Coeli, mentre il suo compagno finiva nel manicomio di Verona, sottoposto a ripetuti elettroshock e a shock insulinici per “guarirlo” dall’omosessualità. In carcere Aldo rimase per due anni, grazie alla condizionale. Uscì il 5 dicembre 1969.

Nonostante il nome di Aldo Braibanti venga evocato quasi esclusivamente per ricordare questa triste faccenda giudiziaria, vogliamo ribadire le doti creative di quello che fu uno dei massimi intellettuali italiani del secondo Dopoguerra. Ancora misconosciute le sue poe­sie,  gli spettacoli tea­trali, i radiodrammi RAI, le sce­neg­gia­ture cine­ma­to­gra­fi­che e i suoi testi filo­so­fici. Quello che più sor­prende della sua opera è la sua ecletticità ­­­e la non col­lo­ca­bi­lità cul­tu­rale del suo lavoro: un esempio è l’antologia “Le prigioni di Stato” edito da Feltrinelli nel 1969, dove inserisce anche i due saggi “Myrmica” e “Formiche, uomini e macchine” dedicati agli studi di mirmecologia e scienze naturali.

La sua situazione economica negli anni Novanta si fece tuttavia critica; fu costituito un “Comitato Pro Braibanti” per concedergli un vitalizio. Nel 2005, povero e ultra ottantenne, fu sfrattato dalla sua vecchia casa romana in via del Portico d’Ottavia 7/a, al terzo piano di un vecchio palazzo. L’anno successivo lo Stato compierà un gesto di risarcimento assegnando all’artista piacentino un vitalizio in base alla Legge Bacchelli.

Aldo Braibanti Aut Trib 1983

Aldo Braibanti muore nell’aprile del 2014 all’età di 91 anni nella sua casa di Castell’Arquato, lasciando in eredità alla biblioteca della sua Fiorenzuola D’Arda un patrimonio di 15mila libri. Erede universale della sua produzione il giornalista Alberto Cassin.

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2 pensieri su “L’intellettuale mite

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