Camera Picta

In occasione della recente riapertura della “Camera degli sposi”, dopo il sisma del 2012, rispolveriamo dalla nostra libreria un breve saggio di Michele Cordaro pubblicato da Electa. Il nome della collana Electa “Pesci Rossi” si rifà a una fortunata serie di saggi pubblicati da Emilio Cecchi negli anni Venti; la formula editoriale riproposta è una raccolta di monografie illustrate che hanno per argomento un monumento, un autore o una città.

Copertina e impaginato firmati Paolo Tassinari e Leonardo Sonnoli

L’operazione a nostro avviso risulta vincente, sia per la ricchezza degli apparati fotografici, sia per l’accurata veste grafica progettata da due celebri designer italiani: Paolo Tassinari e Leonardo Sonnoli. Il saggio di Cordaro rappresenta una breve summa sullo stato attuale delle conoscenze sulla “Camera degli sposi” con un approfondimento sulle tecniche pittoriche utilizzate dall’artista padovano.

Gli anni in cui la città è governata da Ludovico Gonzaga sono quelli in cui “si aprì per la corte di Mantova una nuova, intensissima stagione di interesse verso l’antico, destinata a porre le basi culturali dello splendido collezionismo ducale del Cinquecento. Per la città dei Gonzaga, la presenza dell’artista padovano rappresentò la definitiva consacrazione a importante centro artistico dell’area padana, dove sperimentare i nuovi principi della cultura formale del Rinascimento.[1]

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La scena dell'”incontro”

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La cosiddetta scena della “Corte”

Nonostante la moderna definizione alluda all’alcova di Ludovico Gonzaga ed Barbara di Brandeburgo, è più corretto pensare a uno spazio ibrido destinato a diverse funzioni ufficiali. Claudia Cieri Via ha avuto il merito di ricondurre la struttura complessiva dell’ambiente alla tipologia dell’Atrium della domus latina, così come descritta dall’Alberti nella sua traduzione del trattato di Vitruvio, scrive Cordaro:

L’atrio riassume simbolicamente le funzioni della casa, quelle più intime e domestiche e quelle di memoria e rappresentanza sociale, e costituirebbe dunque il modello antiquario cui il Mantegna, con la consulenza diretta di Alberti, ricorre per la sua Camera Picta che racchiude, come in un microcosmo, l’universo privato e pubblico del signore con intenti chiaramente celebrativi.

Un problema che ha sempre assillato gli studiosi della “camera” è la cronologia del ciclo decorativo: se per la conclusione dei lavori viene data buona la data del 1474 riportata sul cartiglio dipinto nella stanza, la data di inizio dei lavori è stata confermata solo in anni recenti. Oggi è ritenuta come corretta la data del “1465. d. 16 iunii” riportata sullo sguancio di una finestra.

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Le due “firme” relative all’inizio dei lavori (sotto) e alle fine di questi (sopra) in un cartiglio retto da putti con ali di farfalla. L’eccezionale naturalismo del Mantegna permette di riconoscere le tipologie di lepidotteri.

Per anni il dibattito sulle tecniche esecutive si è diviso tra affresco e pittura murale a secco e qui Cordaro tira fuori tutta la sua esperienza di specialista nel restauro. La soluzione, secondo Cordaro, sta nel considerare che “le testimonianze documentarie indicano con chiarezza l’uso dell’olio per il ciclo gonzaghesco e dunque una esecuzione a secco”. La scelta del Mantegna di usare colori essiccativi per le integrazioni dell’affresco sarebbe dovuta alle possibilità mimetiche di questi, specie nella resa di broccati particolarmente ricchi e complessi come li vediamo nella scena della “Corte”: “Il cambiamento di legante e di tecnica esecutiva all’interno dello stesso dipinto era tutt’altro che infrequente tra i pittori e ne da una chiarissima testimonianza il libro del Cennini” quando, dopo aver descritto in generale l’uso della pittura ad olio, indica la tecnica mista come soluzione ideale per contraffare “il velluto o il panno di lana e così la seta, in muro e in tavola”. La complessità tecnica rivelata nell’esecuzione dei dipinti rende pienamente ragione del lentissimo procedere lamentato anche dal committente Ludovico Gonzaga.

Per quanto riguarda l’iconografia dell’opera, Cordaro si trova d’accordo con Rodolfo Signorini nell’affermare che sulla parete ovest della camera è rappresentato un incontro fra Ludovico e il figlio Francesco. L’episodio rappresentato sembrerebbe proprio trattarsi dell’incontro avvenuto a Bozzolo, il 1 gennaio 1462.

Il preciso episodio riguarda il momento:

in cui arriva a Mantova il messaggio urgente di Bianca Maria Visconti con l’invito a Ludovico Gonzaga, luogotenente generale del ducato milanese, a raggiungere subito Milano per prevenire eventuali disordini che la malattia di Francesco Sforza potesse provocare per l’instabilità, nel caso di una successione, della situazione politica del ducato. Si coglie così un preciso nesso tra le raffigurazioni delle due pareti che proprio in una lettera trova un legame evidente: il messaggio che Ludovico legge nell’episodio della “Corte” è il precedente dell’improvvisa partenza per Milano e dell’incontro a Bozzolo con i figli Francesco e Federico di ritorno a Mantova da Milano dove si erano recati per ringraziare il Duca per il ruolo avuto nella nomina cardinalizia. Una lettera è affidata ai famigli nello scomparto a sinistra dell’Incontro e una lettera tiene nelle sue mani il cardinale Francesco. L’evento straordinariamente importante per le fortune politiche della famiglia Gonzaga, la prima carica cardinalizia, è legato al dovere, politico e militare, di svolgere un ruolo fondamentale per l’equilibrio dinastico e territoriale dell’Italia padana.

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In alto una cava con scalpellini mentre in basso uno stalcio di paesaggio con corteo dei gonzaga dipinto a secco ormai caduto.

Il marchese chiaramente risulta più anziano che nella scena della Corte – dimostra circa sessant’anni; il cardinale Francesco circa trenta, anche se al momento dell’investitura (18 dicembre 1461) aveva solo 17 anni; il ragazzo tenuto per mano dal prelato, il protonotario Ludovico, fratello del cardinale, nato nel 1460, ne dimostra all’incirca 13-14; Sigismondo, il futuro cardinale, che stringe con la destra due dita della sinistra del protonotario, è un bimbo di tre anni; mentre Francesco, nato nel 1466 e futuro marito di Isabella d’Este, ne dimostra circa sei.

Mantegna, piuttosto che cercare di ringiovanire i personaggi per un episodio accaduto diversi anni prima, introdusse nella scena dell’Incontro i nipotini del marchese, nati nel frattempo, affinché anch’essi partecipassero all’apoteosi della famiglia. La collocazione nell’affresco di Francesco, Sigismondo e Ludovichino è pertanto una nota volutamente anacronistica e non sarà la sola: si pensi, ad esempio, alla presenza dell’imperatore Federico III e di Cristiano I di Danimarca, riconosciuti rispettivamente nel terzultimo e penultimo personaggio a destra della parete e, in quella della Corte, di Vittorino da Feltre (morto nel 1446).

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Da sinistra: un Lagotto romagnolo, Rubino (Il cane da compagnia di Ludovico), cani da caccia, due alani, un cavallo con finimenti. I marchesi di Mantova avevano il primato in europa per l’allevamento di cavalli. Nelle scuderie mantovane si allevavano infallibili corridori ma anche destrieri da giostra e nobili cavalli da battaglia. Francesco Gonzaga teneva nelle sue stalle i più pregiati cavalli dell’epoca e per entrarne in possesso non aveva esitato a stringere relazioni diplomatiche con i sultani Ottomani.

La decorazione del soffitto, delle vele e dei lacunare è parte integrante di questa complessa macchina simbolica, ricchissima di riferimenti mitologici, storici e letterari ai quali accenneremo solo brevemente.

Dal celebre oculo risultante dall’incrocio dei costoloni si affacciano putti, personaggi femminili velati e una testa di moro, mentre nei lacunari troviamo i medaglioni con i ritratti dei primi otto imperatori (secondo la scansione di Svetonio). Nelle vele temi mitici, anche questi in stile monocromo a fondo oro, mentre nelle lunette motti e simbologie relative al governo dei Gonzaga.

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Il soffitto della stanza: i medaglioni con ritratti imperiali e il celebre oculo.

Difficile sintetizzare in questa sede tutta l’iconografia della “Camera Picta” ed è impossibile forse essere esaurienti su un’opera tanto complessa. Ci basta aver acceso in voi la curiosità nei confronti di questo straordinario capolavoro della pittura rinascimentale, nessuna immagine ad alta risoluzione potrà mai sostituire la visione diretta delle opere e vi invitiamo quindi a considerare una visita alla capitale del gusto dell’Italia settentrionale.

Resti di decorazione pittorica della facciata di una dimora privata mantovana in Via Fratelli Bandiera n.17. Il palazzo risale agli ultimi decenni del Quattrocento. Chiara l’ascendenza mantegnesca della decorazione.

Alleghiamo il saggio di Rodolfo Signorini per “Lettura storica degli affreschi della Camera degli sposi di A. Mantegna” dal  Journal of the Warburg and Courtauld Institutes.

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