Mario Cresci: Racconti Privati. Interni 1967-1974

La figura di Mario Cresci ci era poco nota, lo dobbiamo ammettere. La scoperta di alcuni suoi lavori fotografici ha il sapore di una piacevole epifania in cui sperimentazione, Mezzogiorno e cultura materiale si intrecciano in una serie di ritratti che lasciano il segno.

Il merito va indubbiamente all’artista, e al Museo di Fotografia Contemporanea di Cinisello Balsamo, comune alle porte di Milano, che lo espone fino al 6 settembre 2015 nella sua sede di Villa Ghirlanda Silva. La mostra è curata da Roberta Valtorta, storico e critico della fotografia, membro della SISF nonché direttore scientifico del MuFoCo. Il centro conserva 280 fotografie di Mario Cresci, che datano dalla metà degli anni Sessanta sino ad oggi: la mostra attuale presenta una serie di scatti in bianco e nero realizzati da Cresci tra Tricarico (Basilicata) e Barbarano Romano (Lazio) nel periodo 1967-1978. Si tratta di una mostra di piccole dimensioni, ma curata finemente.

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Mario Cresci, dalla serie Interni mossi, autoritratto, Tricarico, 1979.

Impossibile per noi riassumervi qui la sua opera eclettica e ricerca pluridisciplinare. Ci limitiamo a ricordare che realizzò, nel 1969, la prima installazione fotografica in Europa presso la Galleria “Il Diaframma” di Milano e che affianca la propria attività artistica a un vasto impegno didattico presso le più importanti Accademie e vari istituti di design italiani ed europei.

Ligure di nascita (Chiavari, 1942), Cresci si forma al Corso Superiore di Industrial Design di Venezia, dove entra a contatto con professionisti quali: Angelo Mangiarotti, Mario Bellini, Silvio Ceccato, Carlo Scarpa, Luigi Veronesi, Andries Van Onck, Edoardo Vittoria, Enzo Frateili, Massimo Vignelli, Bob Noorda e Italo Zannier per la fotografia. Risalgono a quel periodo anche gli studi sulla Bauhaus, la scuola di Ulm, la teoria della forma e la geometria non euclidea, ma anche la psicologia della percezione e la fenomenologia (da Merlau-Ponty a Arnheim e Herbert Read) e le letture antropologiche di Lévi-Strauss.

Tra i primi in Italia della sua generazione, applica la cultura del progetto e la coniuga a una sperimentazione dei codici del linguaggio visivo, attribuendo alla funzione del mezzo fotografico una valenza lontana da quella del fotogiornalismo e della fotografia come elemento tecnologico della rappresentazione dello spazio e delle cose. Diversamente, riconosce la fotografia come atto creativo e cognitivo, un mezzo analitico della realtà vista con un sentimento non retorico ma progettuale.

La figura del designer inteso come nuovo “operatore estetico” integrato allo sviluppo economico delle aree del Nord, non fu accettata da tutti e si crearono in Italia dei gruppi di lavoro a carattere interdisciplinare con competenze nei campi delle scienze sociali e della progettazione. Uno di questi, formatosi a Venezia nel 1965, fu il gruppo “Polis” denominato più tardi “Politecnico”, gruppo di urbanistica, architettura e design, che operò in Basilicata dal 1967 al 1973; diretto dal sociologo meridionalista Aldo Musacchio e composto da architetti, economisti e tecnici provenienti da varie città italiane.

Il rapporto con la Lucania nasce dunque in quegli anni, quando Cresci e il gruppo veneziano arrivano in provincia di Matera, a Tricarico, per realizzarne il Piano Regolatore. A Cresci spetta il compito di curare la grafica degli elaborati, di effettuare un rilevamento fotografico di ambienti e oggetti, documentando gli aspetti della vita sociale e produttiva della comunità. Da questo momento in poi, il viaggio nel Sud gli pone il problema della scoperta di un’altra cultura, quella materiale e rurale del Mezzogiorno italiano, quella della manualità non tecnica bensì artigianale:

L’impatto tra le due culture (quella dalla quale provengo) e quella del mondo contadino mi servì a capire come il mio lavoro si dovesse misurare non solo con me stesso e le mie motivazioni, ma anche con la realtà quotidiana che andavo registrando. Significava delegare all’immagine fotografica la propria libertà creativa (da parte dell’operatore) insieme alla conoscenza dei problemi locali e ai sistemi di comunicazione diretti alla comunità.

Mario Cresci, dalla serie Interni, Barbarano Romano, 1979.

Mario Cresci, dalla serie Interni, Barbarano Romano, 1979.

Mario Cresci, dalla serie Interni, Barbarano Romano, 1978.

Mario Cresci, dalla serie Interni, Barbarano Romano, 1978.

Dopo questo primo viaggio, Cresci tornerà in Basilicata e vivrà a Matera fino al 1988. Seguendo la lezione etnografica di Ernesto De Martino e Annabella Rossi, lavorando sul campo, a contatto con il territorio e le persone, Cresci costruisce una sorta di mappa visiva di quelli che erano gli elementi costitutivi di quel mondo. La fotografia diventa, pertanto, il tramite tra gli oggetti della cultura del design e gli oggetti della cultura materiale: un’unica chiave di lettura e di percezione tra un ambito tecnologico e industriale e un ambito umanistico, materiale e proprio del fare dell’area del Mezzogiorno italiano.  Due ambiti che esistevano contemporaneamente in un’unica nazione.

Durante la lunga permanenza nella regione lucana, Cresci si dedica ai concetti di territorio, memoria e archivio. Sono anni di forte cambiamento sociale che Cresci vive in prima persona e cerca di comprendere pur mantenendo un rapporto lucido e progettuale, consapevole della sua tradizione e della sua esperienza lontana da quella lucana. Scrive nel 1979:

Mi sento sempre un ligure trapiantato per mia scelta in una realtà che ormai è difficile riconoscere come tale da quella vissuta da Fortunato, Salvemini, Croce, De Martino, Levi, Scotellaro e Rossi Doria. Dal ’68 (…) la cosiddetta “cultura contadina” con i suoi riti e il suo mondo magico era già in piena crisi e in fase di estinzione ed era nello stesso tempo mutata la condizione dell’intellettuale meridionalista (…).

Del 1967 sono i primi Ritratti mossi (o Interni mossi), ripresi successivamente nel 1974: si tratta di figure di interni in cui i volti sono stati cancellati dal mosso fotografico. Mentre oggetti e luoghi risultano identificabili, le persone si presentano intellegibili.

Mario Cresci, dalla serie Ritratti mossi, Barbarano Romano, 1979.

Mario Cresci, dalla serie Interni mossi, Barbarano Romano, 1979.

Mario Cresci, dalla serie Ritratti mossi, Tricarico, 1979.

Mario Cresci, dalla serie Interni mossi, Tricarico, 1979.

Tra il 1967 e il 1972 realizza una una serie di sequenze in tre tempi, Ritratti reali (o Ritratti in tempo reale), in cui ritrae gruppi famigliari all’interno delle loro case con in mano le fotografie dei loro antenati.

Mario Cresci, dalla serie Ritratti Reali, Oliveto Lucano, 1973.

Mario Cresci, dalla serie Ritratti reali, Oliveto Lucano, 1973.

Mario Cresci, dalla serie Ritratti reali, Tricarico, 1974.

Mario Cresci, dalla serie Ritratti reali, Tricarico, 1974.

Per Cresci si tratta di una lavoro di “verifica” sul sociale e contemporaneamente su se stesso: Ritratti reali è una piccola “messa in scena,” un’installazione, spiega l’artista. Si crea un effetto corto circuito spazio temporale, in cui si vedono persone assenti e presenti, un racconto ciclico che vive nei ricordi e che si concretizza attraverso la foto.

Mi interessa comunicare, oltre alle immagini, un metodo di lavoro, un comportamento, un modello operativo con tutti i suoi limiti e pregi, ma soprattutto aperto e usabile e trasformabile dagli altri, piuttosto che il solo prodotto finito da contemplare. Sotto questo aspetto la “creatività” è nel divenire di un’operazione mentale che nel nostro caso si esprime in disegni e fotografie come ultima fase visibile di un percorso più ampio che si è compiuto o che forse non si compirà.

È in questa fase si inseriscono gli “autoritratti” del 1978–79 realizzati a Barbarano Romano e a Tricarico, anch’essi con il volto illegibile e la fisionomia annullata.

Mario Cresci, dalla serie Interni Mossi, autoritratto, Barbarano Romano, 1978.

Mario Cresci, dalla serie Interni mossi, autoritratto, Barbarano Romano, 1978.

Mario Cresci commenta oggi quegli scatti con una nota di malinconia: la leggera utopia di quegli anni di voler servire a qualcosa è rimasta privata, secondo lui, laddove la fotografia rimane un documento temporale di valore prettamente storico e l’arte resta impotente a cospetto di problemi reali e sociali. Gli oggetti stessi hanno perso le loro funzioni e i loro valori identitari, in una società sempre più dispersa: le sue fotografie restano quindi a testimoniare e a confermare una realtà che non è più reale nei suoi significati.

Vi lasciamo con la presentazione della mostra “Racconti Privati. Interni 1967-1978” di Mario Cresci a cura di Roberta Valtorta, nella speranza di aver acceso in voi un interesse nella figura dell’artista e negli spazi espositivi del Museo di Fotografia Contemporanea.


Sitografia
Rossella Carrullo, Matera anni Settanta: Laboratorio Uno S.r.l Design e formazione del Mezzogiorno d’Italia, in AIS/Design Storie e Ricerche, num. 2 ottobre 2013. http://www.aisdesign.org/aisd/tag/mario-cresci (10.05.2015, 19:23)
Mario Cresci. L’immagine effimera. Dal catalogo: L’archivio della memoria, Torino 1980. http://www.virtualgallery.it/virtual_gallery/opere/masters/cresci_mario/reviews/ita.htm (10.05.2015, 18:34)
RACCONTI PRIVATI. INTERNI 1967-1978 di Mario Cresci a cura di Roberta Valtorta presso il MuFoCo. http://www.mufoco.org/racconti-privati-interni-1967-1978/ (10.05.2015, 18:36)
Intervista a Mario Cresci di Marco Cacciatore. Stare tra le persone, fermarsi nei luoghi, in Vorrei, 18 aprile 2015. http://www.vorrei.org/culture/10838-intervista-a-mario-cresci-stare-tra-le-persone-fermarsi-nei-luoghi.html (11.05.2015, 10:25)
Fotografie © Mario Cresci
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