Vincenzo Gemito, dal salotto Minozzi al Museo di Capodimonte

Vincenzo Gemito, Frammento del ritratto di Anna, matita, inchiostro e tempera, Museo Nazionale di Capodimonte.

Vincenzo Gemito fu un maestro del ritratto modellato e disegnato. Autodidatta e insofferente ai canoni accademici, preferì formare il suo gusto assorbendo dalla città, frequentando le chiese del centro storico di Napoli e visitandone continuamente il Museo Archeologico.
Gemito fu un artista moderno per gusto e per la profonda contrarietà nei confronti della ritrattistica ufficiale, per la monumentalità retorica del marmo, posizione peraltro condivisa all’epoca solo dagli artisti più aggiornati. Per comprendere la straordinarietà di Vincenzo Gemito, a nostro avviso, è necessario mettere da parte l’idea dell’artista scugnizzo, povero ma talentuoso, cresciuto per strada a ritrarre i «pescatorielli» e gli acquaioli, come vorrebbe un ormai usurato topos.

Un utile aneddoto sul suo modo di lavorare ci racconta che Gemito, al cospetto di Giuseppe Verdi nel 1872, dopo diversi inutili giorni di pose, trovò l’ispirazione per il ritratto solo quando vide il maestro al piano mentre suonava a capo chino.

L’opera di Gemito è il risultato di un’osservazione dal vero del modello, un po’ come quando Matisse invitava i suoi modelli a distrarsi, a leggere o ad addormentarsi, anche se gli esiti restano lontanissimi.
Furono proprio i busti in bronzo di Verdi, Morelli, Boldini e Fortuny a sancire l’affermazione nel panorama artistico nazionale ed europeo, oltre alla produzione su carta negli anni della maturità, dedicata ai volti dell’alta borghesia napoletana e romana.

Vincenzo Gemito nacque nel 1853 a Napoli e a quindici anni era già un valente disegnatore con notevoli capacità plastiche; aveva frequentato, e abbandonato, lo studio di Emmanuele Caggiano per passare a quello di Stanislao Lista. Si accompagnava ad un altro precoce artista, Antonio Mancini, amico inseparabile ritratto in diverse opere.

Rimandiamo alle letture indicate in bibliografia per una più approfondita conoscenza della sua carriera artistica: Gemito rimane a Napoli fino al 1873, anno in cui si trasferisce a Parigi con Antonio Mancini (che lavorerà per Goupil e conoscerà Degas, Manet e John Singer Sargent) fino al 1880.
Tornato a Napoli, sarà l’imprenditore belga Oscar Du Mesnil a diventare un suo grande mecenate: si deve infatti a lui il sostegno economico della fonderia di via Mergellina, attiva tra il 1883 e il 1886, che rese Gemito indipendente e concentrato sull’attività plastica.

La biografia di Vincenzo Gemito è però segnata da un terribile tracollo psicologico all’età di 35 anni, che si protrarrà per circa venti anni. Secondo alcuni studi, nel secondo Ottocento Napoli fu la città italiana con il maggior numero di case di cura private per malattie psichiche e una di queste fu la villa Fleurent, che ospitava principalmente malati di melancolìa, cioè depressi e ipocondriaci.

Tra i motivi della crisi c’era stato quasi certamente la commissione, nel 1887, per la statua di Carlo V per la facciata di Palazzo Reale a Napoli, un’opera totalmente estranea alla sua poetica, un monumento accademicamente all’antica che creò notevoli difficoltà all’artista per la sua traduzione in marmo.
Dalla casa di cura Gemito fuggirà avventurosamente una notte d’agosto del 1887, per rinchiudersi in isolamento volontario nella sua casa-studio di via Tasso. Lì rimarrà, senza mai uscirne, per venti lunghi anni, in condizioni estreme di privazione volontaria di cibo e di igiene personale, preda di paranoie e fobie.

Proprio negli anni duri dell’isolamento di Gemito dal mondo, è Achille Minozzi a collezionare i suoi disegni, oltre a essere vicino all’artista, alla moglie Anna e alla figlia Giuseppina nei tanti momenti di difficoltà economica, prestandosi anche come intermediario per gli acquisti delle opere da parte di altri collezionisti.

Vincenzo Gemito ritratto nudo da Vincenzo Lembo, 1928.

Vincenzo Gemito ritratto nudo da Vincenzo Lembo, 1928.

In questi anni Minozzi organizzerà insieme all’artista la “sala Gemito” nella sua casa a Mergellina: tutte le opere dell’esposizione che abbiamo visitato, senza contare qualche disperzione o qualche vendita, facevano parte di quell’allestimento.
Achille Minozzi era un ingegnere, un ricco imprenditore oggi ricordato per essere stato un esponente della ormai estinta borghesia illuminata partenopea. All’ingegner Minozzi, Napoli deve il più autentico dei risanamenti, quello fognario, da lui progettato dopo il colera del 1884 e finanziato dal banchiere belga Rothschild.

Il contesto culturale napoletano fin de siècle seppur culturalmente produttivo subì una clamorosa emarginazione dopo l’Unità, ma nonostante tutto l’appassionato collezionista si fece protettore dei migliori artisti, in prevalenza napoletani.

La casa di Don Achille Minozzi era un riferimento cittadino per pittori e scultori oggi semidimenticati che si riunivano nel suo salotto: Pietro Scoppetta, Vincenzo Migliaro, Francesco Paolo Michetti, Ferdinando Russo, Vincenzo Volpe, Giuseppe Migliaro, Saverio Gatto, Vincenzo Caprile, Luigi Crisconio, Antonio Mancini ma anche uomini di cultura, politici, scrittori e musicisti quali Enrico De Nicola, Saverio Nitti, Saverio Gatto, Edoardo Scarfoglio, Sem Benelli, Raffaele Viviani, Carlo Zecchi, Maritz Rosenthal, Fedor Schaljapine, Salvatore di Giacomo e Matilde Serao.

Ritratto di Achille Minozzi, carboncino, inchiostro e tempera.

Ritratto di Achille Minozzi
carboncino, inchiostro e tempera.

Il rapporto tra il potente ingegnere Achille Minozzi e il tormentato scultore Vincenzo Gemito non fu solo un rapporto tra mecenate e artista: la corrispondenza ritrovata negli archivi Minozzi-Cosenza rivela che tra i due si instaurò un legame di profonda stima e amicizia.
Le opere della raccolta Minozzi sono perlopiù piccoli schizzi e disegni altrimenti destinati alla dispersione, acquistati o a volte regalati da Gemito stesso: fogli di appunti, frammenti di taccuino, fogli di risulta, notazioni a penna, a matita, ad inchiostro acquerellato, disegni su biglietti da visita o su ritagli di carte più grandi. I modelli sono uomini e donne vicini allo scultore: familiari, amici e collaboratori che posano per Gemito. La speciale relazione tra modello e autore rende questo nucleo di fogli una testimonianza unica della vita dello scultore.

La cospicua collezione grafica, include anche qualche testa in bronzo, marmo e terracotta e ribadisce la naturale propensione di Gemito per il ritratto.
Per quanto si tratti di appunti e schizzi, spesso non datati, non si tratta di opere posteriormente musealizzate sull’onda di una fortuna critica postuma bensì di opere collezionate ed esposte mentre Gemito era ancora in vita: la figlia di Achille Minozzi, Ada, donna colta e raffinata, continuò a custodire la collezione paterna tenendola aperta ai visitatori ogni domenica del mese.

Schermata 06-2457181 alle 16.56.10

Vincenzo Gemito, Ritratto del pittore Giorgio De Chirico, matita su carta.

Gemito uscirà dal suo isolamento nel 1909 all’età di cinquantasette anni: torna così alla vita pubblica presentandosi come un vecchio, saggio e bizzarro al medesimo tempo.

Il 20 aprile del 1910, al teatro Mercadante durante una serata futurista napoletana, gli artisti vengono insultati e scacciati da un pubblico inferocito. Ma da un palco Gemito si sporge ad applaudirli: il pazzo, l’ipocondriaco, il malinconico si era trasformato in un contestatore, anticonformista e antagonista totale che non esitò a invitare Marinetti, Umberto Boccioni, Carlo Carrà e Luigi Russolo presso la sua abitazione-studio.

La mostra temporanea del Museo Nazionale di Capodimonte di Napoli intitolata “Vincenzo Gemito, dal salotto Minozzi al Museo di Capodimonte” aperta fino al 16 luglio 2015, espone 90 opere delle 372 acquisite, ed è stata incamerata nel 2013 grazie al diritto di prelazione del Ministero per i Beni e le Attività Culturali. Notevole è stato lo sforzo finanziario del museo, reso ancor più greve dalle inadeguate risorse destinate alle nuove acquisizioni.

Schermata 06-2457181 alle 16.58.04

La sala della Culla, presso il Museo Nazionale di Capodimonte di Napoli, sede della mostra.


Bibliografia
Ojetti, Ugo. L’arte di Vincenzo Gemito e sette ritratti inediti, 1924-1925. Anno V, vol. II, pp. 316-331: http://periodici.librari.beniculturali.it/visualizzatore.aspx?anno=1924-1925&id_immagine=5950196&id_periodico=1786&id_testata=13 
Fausto Minervini, Vincenzo Gemito e l’ambiente artistico parigino. Cinque carteggi inediti: https://www.academia.edu/9878792/Vincenzo_Gemito_e_lambiente_artistico_parigino._Cinque_carteggi_inediti 
Vincenzo Gemito, dal salotto Minozzi al Museo di Capodimonte, Catalogo a cura di Fernanda Capobianco e Marieserena Mormone, edizioni Arte’m, 2014.
Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...