La Roma di Scipione

Scipione, Piazza Navona, Olio su tavola, 80x82cm, Galleria nazionale d'arte Moderna, Roma.

Scipione, Piazza Navona, Olio su tavola, 80x82cm, Galleria nazionale d’arte Moderna, Roma.

L’inizio dell’attività artistica di Gino Bonichi in arte “Scipione” si colloca intorno al 1924. Fu Mario Mafai, con il quale Scipione strinse un rapporto di amicizia oltre che un intenso sodalizio artistico, a convincerlo a seguire i corsi all’Accademia Libera del Nudo di Roma.
La vita di Scipione è però segnata all’età di 15 anni da una grave forma di tubercolosi, una malattia all’epoca estremamente diffusa e malcurata, si palesava con emottisi, pallore e una lunga fase di deperimento che ridusse la sua carriera artistica agli anni compresi tra il 1929 agli inizi del 1933 (dell’ultimo anno non restano che una serie di disegni per riviste e periodici letterari).

Scipione nacque a Macerata nel 1904 ma già nel 1909 si trasferì a Roma, dalla quale si muoverà soltanto per curare la malattia che lo spinge ad una lunga serie di soggiorni fuori dalla capitale, nella vana speranza di ottenere, in climi più temperati e secchi, una temporanea soluzione al suo male. Le tappe di questi ricoveri sono Collepardo, Grottaferrata, Norcia e il sanatorio di Arco a Trento dove il 9 novembre 1933 Scipione si spense all’età di 29 anni.

Da sinistra: Scipione, Copertina per Parole all’orecchio, di Vincenzo Cardarelli, Ed. Carabba, Lanciano 1929. Scipione, Copertina per Ossi di Seppia, di Eugenio Montale, Ed. Carabba, Lanciano 1931.

Da sinistra: Scipione, Copertina per Parole all’orecchio, di Vincenzo Cardarelli, Ed. Carabba, Lanciano 1929. Scipione, Copertina per Ossi di Seppia, di Eugenio Montale, Ed. Carabba, Lanciano 1931.

Roberto Longhi nel 1929 scrivendo di Mafai e della sua compagna Antonietta Raphaël, include anche il nome di Scipione e battezza la “scuola di via Cavour“, dopo essere stato, quasi certamente a trovare i due artisti nella loro casa-studio. Scrive Longhi in chiusura del celebre articolo: “Un’arte eccentrica ed anarcoide che difficilmente potrebbe attecchire tra noi, ma che è pure un segno da notarsi, nel costume odierno”. La scuola di via Cavour fu un gruppo impassibile di fronte agli allettamenti novecenteschi, di tenzenza tonale e molto propenso a sconfinare nel fantastico e nel letterario.

Il momento preso da noi in considerazione comprende opere di Scipione che vanno dal 1929 fino alla primavera del 1931, il periodo appunto più florido della carriera dell‘artista.
Questa selezione di opere potrebbe apparire discutibile ma che cerca di dare visibilità anche alle altre attività dell’artista: il disegno, l‘incisione e l‘illustrazione editoriale tralasciando al momento la pur importante attività letteraria.

A sinistra: Scipione, Il risveglio della bionda sirena, 1929, olio su tavola cm 80,5x100,2, coll. Privata Torino. A destra: Antonietta Raphaël dipinge sulla terrazza della casa-studio di Via Cavour a Roma nel 1929. Si noti la pelle di leopardo che evidentemente Scipione ha usato per “Il risveglio della bionda sirena”.

A sinistra: Scipione, Il risveglio della bionda sirena, 1929, olio su tavola cm 80,5×100,2, coll. Privata Torino. A destra: Antonietta Raphaël dipinge sulla terrazza della casa-studio di Via Cavour a Roma nel 1929. Si noti la pelle di leopardo che evidentemente Scipione ha usato per “Il risveglio della bionda sirena”.

La città eterna fu per Scipione un‘importante fonte d’ispirazione e testimone della sua breve avventura umana e artistica, alla quale rese omaggio col suo pseudonimo degno di ricordi di una remota romanità: quella classica e pagana e quella cattolica e controriformista.

La Roma degli anni di Scipione è quella della “Casa d‘arte Bragaglia” e del suo teatro, dei cialtroni sventramenti fascisti, di Marinetti che si fa accademico d’Italia in feluca e spadino, del Caffe Aragno e del meno frequentato Caffè Greco dove Moravia ed Elsa Morante atttendevano la fine del fascismo. Scipione in quegli anni coltivò una profonda amicizia con Giuseppe Ungaretti che gli fa conoscere la letteratura di Gongora, di Lautremont, di Eugenio Montale, di William Blake e della Bibbia, scriverà poi il poeta:

“incominciai a sentire Roma vicina al mio cuore – confessa il poeta – quando capii che in Roma il Barocco ha origine da Michelangelo. […] Quando, capito il Barocco, Roma incominciò a diventarmi familiare, fu mediante l’avvicendarsi delle stagioni che incominciò a farmisi più vicina. […] Conobbi allora Scipione, e i rossi di porpora e i rossi in penombra, il rosso delle ferite e il rosso della passione, il rosso gloria, tutti i rossi nel rosso che il vecchio travertino e la torpida acqua del Tevere ingoiavano negli estivi tramonti di Roma”

Scipione, Ritratto di Ungaretti, 1931 ca., olio su tavola, 54x51,4cm, Galleria Nazionale d‟arte Moderna, Roma.

Scipione, Ritratto di Ungaretti, 1931 ca., olio su tavola, 54×51,4cm, Galleria Nazionale d‟arte Moderna, Roma.

Dopo la sua precoce morte un’aurea di leggenda si approprio delle opere di Scipione e dei suoi scritti: si dice che amasse bere alle fontane di Roma, che trascorresse le giornate in giro per la città e che a Villa Sciarra trascorse una notte nella gabbia dei pavoni.
Ma aldilà degli aneddoti ci resta la storia di un artista oggi semi dimenticato che tinteggiò i cieli di Roma con toni arroventati, animando le architetture barocche, frequentatore della vita intellettuale della città, di redazioni di riviste e di qualche coraggiosa galleria d’arte.
Quelle rare volte che fa capolino in qualche mostra si fa un gran parlare dello Scipione espressionista, barocco, decadente e maledetto, un artista che sicuro divide: nel dopoguerra fu stimato da Alberto Moravia mentre Federico Zeri lo considerò un artista sopravvalutato. Noi lo guardiamo tenendo bene a mente le vicende della transavanguardia, mentre il “Cardinal Decano”, presentato da Scipione alla XVII Biennale Internazionale d’Arte di Venezia, ci suggerisce interessanti connessioni con l’Innocenzo X di Francis Bacon.

Da sinistra: Diego Velazquez, ritratto di Innocenzo X, olio su tela, 1650, Galleria Doria Phamphilj, Roma. Gino Bonichi detto Scipione, Ritratto del Cardinal Decano, 1930, olio su tavola, 113,7x117,3cm, Galleria comunale d'arte moderna, Roma. Francis Bacon, Study after Velázquez's Portrait of Pope Innocent X, 1953, olio su tela, 153 cm × 118 cm, Des Moines Art Center di Des Moines, in Iowa.

Da sinistra: Diego Velazquez, ritratto di Innocenzo X, olio su tela, 1650, Galleria Doria Phamphilj, Roma. Gino Bonichi detto Scipione, Ritratto del Cardinal Decano, 1930, olio su tavola, 113,7×117,3cm, Galleria comunale d’arte moderna, Roma. Francis Bacon, Study after Velázquez’s Portrait of Pope Innocent X, 1953, olio su tela, 153 cm × 118 cm, Des Moines Art Center di Des Moines, in Iowa.

Bibliografia e sitografia:
Archivio della scuola romana: http://www.scuolaromana.net/ (27.07.2015, 16:52)
Centro Studi Mafai Raphael: http://www.raphaelmafai.org/index.php (27.07.2015, 17:24)
Libero De Libero, 800 e 900 a Roma: La tradizione Mafai e Scipione, Belvedere, Milano, aprile 1930.
Corrado Efisio Oppo, Mafai e Scipione alla Galleria di Roma, ―La Tribuna‖, Roma, 13 novembre 1930.
Mario Mafai, La pittura del 1929, in ―Il Contemporaneo‖, Roma, 1 maggio 1954.
Alvi Geminello, Tormenti ed estasi di Scipione, pittore mistico: http://archiviostorico.corriere.it/2003/agosto/22/Tormenti_estasi_Scipione_pittore_mistico_co_0_030822079.shtml
Anthony G. White, “Sexuality and Urban Space in the Work of Scipione (1904 – 1933)”: https://www.youtube.com/watch?v=-60lnDdJnI
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Vincenzo Gemito, dal salotto Minozzi al Museo di Capodimonte

Vincenzo Gemito, Frammento del ritratto di Anna, matita, inchiostro e tempera, Museo Nazionale di Capodimonte.

Vincenzo Gemito fu un maestro del ritratto modellato e disegnato. Autodidatta e insofferente ai canoni accademici, preferì formare il suo gusto assorbendo dalla città, frequentando le chiese del centro storico di Napoli e visitandone continuamente il Museo Archeologico.
Gemito fu un artista moderno per gusto e per la profonda contrarietà nei confronti della ritrattistica ufficiale, per la monumentalità retorica del marmo, posizione peraltro condivisa all’epoca solo dagli artisti più aggiornati. Per comprendere la straordinarietà di Vincenzo Gemito, a nostro avviso, è necessario mettere da parte l’idea dell’artista scugnizzo, povero ma talentuoso, cresciuto per strada a ritrarre i «pescatorielli» e gli acquaioli, come vorrebbe un ormai usurato topos.

Un utile aneddoto sul suo modo di lavorare ci racconta che Gemito, al cospetto di Giuseppe Verdi nel 1872, dopo diversi inutili giorni di pose, trovò l’ispirazione per il ritratto solo quando vide il maestro al piano mentre suonava a capo chino.

L’opera di Gemito è il risultato di un’osservazione dal vero del modello, un po’ come quando Matisse invitava i suoi modelli a distrarsi, a leggere o ad addormentarsi, anche se gli esiti restano lontanissimi.
Furono proprio i busti in bronzo di Verdi, Morelli, Boldini e Fortuny a sancire l’affermazione nel panorama artistico nazionale ed europeo, oltre alla produzione su carta negli anni della maturità, dedicata ai volti dell’alta borghesia napoletana e romana.

Vincenzo Gemito nacque nel 1853 a Napoli e a quindici anni era già un valente disegnatore con notevoli capacità plastiche; aveva frequentato, e abbandonato, lo studio di Emmanuele Caggiano per passare a quello di Stanislao Lista. Si accompagnava ad un altro precoce artista, Antonio Mancini, amico inseparabile ritratto in diverse opere.

Rimandiamo alle letture indicate in bibliografia per una più approfondita conoscenza della sua carriera artistica: Gemito rimane a Napoli fino al 1873, anno in cui si trasferisce a Parigi con Antonio Mancini (che lavorerà per Goupil e conoscerà Degas, Manet e John Singer Sargent) fino al 1880.
Tornato a Napoli, sarà l’imprenditore belga Oscar Du Mesnil a diventare un suo grande mecenate: si deve infatti a lui il sostegno economico della fonderia di via Mergellina, attiva tra il 1883 e il 1886, che rese Gemito indipendente e concentrato sull’attività plastica.

La biografia di Vincenzo Gemito è però segnata da un terribile tracollo psicologico all’età di 35 anni, che si protrarrà per circa venti anni. Secondo alcuni studi, nel secondo Ottocento Napoli fu la città italiana con il maggior numero di case di cura private per malattie psichiche e una di queste fu la villa Fleurent, che ospitava principalmente malati di melancolìa, cioè depressi e ipocondriaci.

Tra i motivi della crisi c’era stato quasi certamente la commissione, nel 1887, per la statua di Carlo V per la facciata di Palazzo Reale a Napoli, un’opera totalmente estranea alla sua poetica, un monumento accademicamente all’antica che creò notevoli difficoltà all’artista per la sua traduzione in marmo.
Dalla casa di cura Gemito fuggirà avventurosamente una notte d’agosto del 1887, per rinchiudersi in isolamento volontario nella sua casa-studio di via Tasso. Lì rimarrà, senza mai uscirne, per venti lunghi anni, in condizioni estreme di privazione volontaria di cibo e di igiene personale, preda di paranoie e fobie.

Proprio negli anni duri dell’isolamento di Gemito dal mondo, è Achille Minozzi a collezionare i suoi disegni, oltre a essere vicino all’artista, alla moglie Anna e alla figlia Giuseppina nei tanti momenti di difficoltà economica, prestandosi anche come intermediario per gli acquisti delle opere da parte di altri collezionisti.

Vincenzo Gemito ritratto nudo da Vincenzo Lembo, 1928.

Vincenzo Gemito ritratto nudo da Vincenzo Lembo, 1928.

In questi anni Minozzi organizzerà insieme all’artista la “sala Gemito” nella sua casa a Mergellina: tutte le opere dell’esposizione che abbiamo visitato, senza contare qualche disperzione o qualche vendita, facevano parte di quell’allestimento.
Achille Minozzi era un ingegnere, un ricco imprenditore oggi ricordato per essere stato un esponente della ormai estinta borghesia illuminata partenopea. All’ingegner Minozzi, Napoli deve il più autentico dei risanamenti, quello fognario, da lui progettato dopo il colera del 1884 e finanziato dal banchiere belga Rothschild.

Il contesto culturale napoletano fin de siècle seppur culturalmente produttivo subì una clamorosa emarginazione dopo l’Unità, ma nonostante tutto l’appassionato collezionista si fece protettore dei migliori artisti, in prevalenza napoletani.

La casa di Don Achille Minozzi era un riferimento cittadino per pittori e scultori oggi semidimenticati che si riunivano nel suo salotto: Pietro Scoppetta, Vincenzo Migliaro, Francesco Paolo Michetti, Ferdinando Russo, Vincenzo Volpe, Giuseppe Migliaro, Saverio Gatto, Vincenzo Caprile, Luigi Crisconio, Antonio Mancini ma anche uomini di cultura, politici, scrittori e musicisti quali Enrico De Nicola, Saverio Nitti, Saverio Gatto, Edoardo Scarfoglio, Sem Benelli, Raffaele Viviani, Carlo Zecchi, Maritz Rosenthal, Fedor Schaljapine, Salvatore di Giacomo e Matilde Serao.

Ritratto di Achille Minozzi, carboncino, inchiostro e tempera.

Ritratto di Achille Minozzi
carboncino, inchiostro e tempera.

Il rapporto tra il potente ingegnere Achille Minozzi e il tormentato scultore Vincenzo Gemito non fu solo un rapporto tra mecenate e artista: la corrispondenza ritrovata negli archivi Minozzi-Cosenza rivela che tra i due si instaurò un legame di profonda stima e amicizia.
Le opere della raccolta Minozzi sono perlopiù piccoli schizzi e disegni altrimenti destinati alla dispersione, acquistati o a volte regalati da Gemito stesso: fogli di appunti, frammenti di taccuino, fogli di risulta, notazioni a penna, a matita, ad inchiostro acquerellato, disegni su biglietti da visita o su ritagli di carte più grandi. I modelli sono uomini e donne vicini allo scultore: familiari, amici e collaboratori che posano per Gemito. La speciale relazione tra modello e autore rende questo nucleo di fogli una testimonianza unica della vita dello scultore.

La cospicua collezione grafica, include anche qualche testa in bronzo, marmo e terracotta e ribadisce la naturale propensione di Gemito per il ritratto.
Per quanto si tratti di appunti e schizzi, spesso non datati, non si tratta di opere posteriormente musealizzate sull’onda di una fortuna critica postuma bensì di opere collezionate ed esposte mentre Gemito era ancora in vita: la figlia di Achille Minozzi, Ada, donna colta e raffinata, continuò a custodire la collezione paterna tenendola aperta ai visitatori ogni domenica del mese.

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Vincenzo Gemito, Ritratto del pittore Giorgio De Chirico, matita su carta.

Gemito uscirà dal suo isolamento nel 1909 all’età di cinquantasette anni: torna così alla vita pubblica presentandosi come un vecchio, saggio e bizzarro al medesimo tempo.

Il 20 aprile del 1910, al teatro Mercadante durante una serata futurista napoletana, gli artisti vengono insultati e scacciati da un pubblico inferocito. Ma da un palco Gemito si sporge ad applaudirli: il pazzo, l’ipocondriaco, il malinconico si era trasformato in un contestatore, anticonformista e antagonista totale che non esitò a invitare Marinetti, Umberto Boccioni, Carlo Carrà e Luigi Russolo presso la sua abitazione-studio.

La mostra temporanea del Museo Nazionale di Capodimonte di Napoli intitolata “Vincenzo Gemito, dal salotto Minozzi al Museo di Capodimonte” aperta fino al 16 luglio 2015, espone 90 opere delle 372 acquisite, ed è stata incamerata nel 2013 grazie al diritto di prelazione del Ministero per i Beni e le Attività Culturali. Notevole è stato lo sforzo finanziario del museo, reso ancor più greve dalle inadeguate risorse destinate alle nuove acquisizioni.

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La sala della Culla, presso il Museo Nazionale di Capodimonte di Napoli, sede della mostra.


Bibliografia
Ojetti, Ugo. L’arte di Vincenzo Gemito e sette ritratti inediti, 1924-1925. Anno V, vol. II, pp. 316-331: http://periodici.librari.beniculturali.it/visualizzatore.aspx?anno=1924-1925&id_immagine=5950196&id_periodico=1786&id_testata=13 
Fausto Minervini, Vincenzo Gemito e l’ambiente artistico parigino. Cinque carteggi inediti: https://www.academia.edu/9878792/Vincenzo_Gemito_e_lambiente_artistico_parigino._Cinque_carteggi_inediti 
Vincenzo Gemito, dal salotto Minozzi al Museo di Capodimonte, Catalogo a cura di Fernanda Capobianco e Marieserena Mormone, edizioni Arte’m, 2014.