“La libertà di Bernini”

“La libertà di Bernini” è una produzione RAI in otto puntate dove lo storico dell’arte Tomaso Montanari, famoso seicentista, racconta le straordinarie vicissitudini dell’artista barocco. In questo post vi facilitiamo la visione di tutte le lezioni  raccogliendo per voi i link necessari. Buona visione!

  1. Gli inizi (1598-1618) 
  2. L’esplosione (1618-1625) 
  3. Il padron del mondo (1623-1644) 
  4. Bernini pittore (1623-1640) 
  5. Bernini mago (1644-1655) 
  6. Bernini e la città (1655-1669) 
  7. Bernini fuori di Roma (1655-1670) 
  8. Bernini e la morte (1670-1680)
Gian Lorenzo Bernini, Apollo e Dafne (1622-25). Foto Alinari.

Gian Lorenzo Bernini, Apollo e Dafne (1622-25). Foto Alinari.

“Talor dal mio forziere ruban tutti i gioielli”

Il nome di Evan Gorga suona familiare ai melomani per il suo ruolo di Rodolfo nella prima della Boheme, diretta da Arturo Toscanini, al Teatro Regio di Torino il 1 febbraio del 1896.

Quella prima ebbe un successo tale da giustificare ben 24 repliche nello stesso teatro ed a Genova fù addirittura necessario contenere, con misure di ordine pubblico, la folla entusiasta.

L’esordiente baritono nasceva il 6 febbraio del 1865 a Broccostella e il suo vero nome era Gennaro Evangelista Gorga. A Roma, pur frequentando l’istituto tecnico “De Mérode”, spesso si recava agli spettacoli del Teatro Apollo a Tordinona, lavorava anche come accordatore di pianoforti nel ben avviato negozio del fratello in via del Corso e decise, contrariando i suoi genitori, di iniziare la sua carriera di cantante lirico.

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Catolina con foto di scena di Evan Gorga alla prima al Teatro regio di Torino della Bohéme con Tieste Wilmant e Cesira Ferrani.

La storia del talentoso lirico, fin qui già notevole, lo diventa ancora di più in quanto Evangelista Gorga è anche legato ad una straordinaria vicenda del collezionismo italiano. Nel 1899, dopo nemmeno quattro anni di brillante carriera, smette di cantare e si ritira definitivamente dalle scene.

Con il ritiro dai palchi, Gorga si dedicò completamente alla creazione di una grande collezione che doveva poi diventare il “Museo di tutti i tempi” (o “Enciclopedico”); dilapiderà così il patrimonio suo e quello di sua moglie Loretta.
Gorga iniziò con gli strumenti musicali, arrivando a possederne circa mille pezzi in pochi anni; da questo nucleo originario, col tempo, la sua collezione divenne talmente grande da dover affittare dieci appartamenti comunicanti al numero 285 di Via Cola di Rienzo a Roma, fondando, in pratica, un Museo privato che comprese anche collezioni di antichità.

Le stanze della collezione Gorga

Le stanze della collezione Gorga, sulle mensole antefisse in terrecotta e molti pezzi ancora nei cassoni.

Durante la sua vita non mancarono certo i riconoscimenti: nel 1911 prestò parte della sua collezione alla Mostra Retrospettiva di Castel Sant’Angelo in occasione dell’Esposizione romana per il cinquantenario dell’Unità d’Italia e venne celebrato dalla politica del tempo quale grande filantropo e mecenate.
Proprio in quell’anno, il magnate americano John Pierpont Morgan, uno dei più ricchi collezionisti del XX secolo, visitò l’Esposizione romana e gli offrì due milioni di dollari per prelevarla in blocco; ottenne soltanto un rifiuto.
Gorga trattò con i maggiori antiquari romani: i Sangiorgi, i fratelli Jandolo, lo scalpellino Fabiani e i cavalieri Stefanoni e Rondinelli. Si dilettava anche nello scavo, frequentava terrazzieri, commercianti, perfino falsari. Nella sua collezione sono apparsi anche oggetti a suo tempo rubati dai Musei Capitolini.

Nei cantieri che “modernizzarono” Roma alla fine dell’800 e poi con gli sventramenti mussoliniani una quantità impressionante di reperti arrivarono sul mercato dell’epoca, in assenza di leggi di tutela che impedivano agli operai di impossessarsi dei reperti considerati di poco valore artistico in quanto frammentari.

Quella che iniziò come una collezione di strumenti musicali finì col raccogliere piccole statue votive, lucerne funerarie, affreschi, bozzetti, sculture antiche e moderne, vasi con scene fliaciche o maschere, documenti relativi alla musica e al teatro, terrecotte di Gian Lorenzo Bernini e di Alessandro Algardi, circa cinquemila libri, di cui 19 incunaboli (Aristotele, Ippocrate, Galeno) ed un centinaio di “cinquecentine“.

Gian Lorenzo Bernini, Angelo con il titolo 1667-68 Terracotta, cm 36,5x20x10,5  Provenienza: collezione Gorga (1948), già Cavaceppi (1760-70), poi Ferroni (1909).

Gian Lorenzo Bernini, Angelo con il titolo
1667-68
Terracotta, cm 36,5x20x10,5

Alessandro Algardi, san Nicola da Tolentino, 1652 ca, cm 36.2, Terracotta/ doratura, Museo Nazionale del Palazzo di Venezia.

Alessandro Algardi, san Nicola da Tolentino, 1652 ca, cm 36.2, Terracotta/ doratura, Museo Nazionale del Palazzo di Venezia.

Nel 1929, ormai sul lastrico, Evan Gorga cerca di stipulare una convenzione con lo Stato: le sue collezioni vengono “vincolate” e sottoposte a sequestro amministrativo, per evitarne lo smembramento. Tuttavia, solo vent’anni dopo, nel 1949, con la Repubblica, tale convenzione fu perfezionata e comprese il pagamento dei suoi debiti, l’istituzione di 10 borse di studio e fornendo al tenore un vitalizio minimo.

Da allora si cerca di catalogare, ricomporre, capire: praticamente tutto è disordinato, senza provenienza. I trasferimenti continui, durante e dopo la guerra, ne compromisero irrimediabilmente l’integrità; ad ogni trasloco qualcosa si rompeva o spariva: dai depositi di Villa Giulia a Caprarola alle soffitte di Palazzo Venezia e le cantine della Farnesina.
La raccolta, da lui donata allo Stato e composta da 180mila pezzi, è oggi dispersa: a Roma al Museo delle arti decorative, il Museo nazionale romano, il Museo universitario della medicina (formato quasi esclusivamente dalle sue raccolte) e anche buona parte di quello degli Strumenti musicali in Santa Croce in Gerusalemme (nella straordinaria raccolta di circa 2000 strumenti è possibile vedere il più antico cembalo pervenutoci, un raro pezzo risalente al 1537, una tromba da araldo costruita in occasione della canonizzazione di Santa Caterina da Siena ma anche pezzi da wunderkammer come un mandolino ricavato dalla corazza di un armadillo, uno strumento africano costruito sulla mandibola di una zebra).
I pezzi da lui raccolti sono oggi stati intercettati perfino in Tailandia, in Corea del Sud, nel Pakistan, presso il museo dell’università di Harvard, a Detroit, in alcune caserme della Guardia di Finanza, e forse in un centinaio di musei della Penisola.

Recenti studi hanno smentito la diceria che voleva Gorga solo un collezionista ossessivo e maniacale raccoglitore di oggetti. Dallo studio del suo archivio personale è stato possibile individuare un criterio nell’allestimento della collezione di strumenti musicali che coincide con quello elaborato nel 1914 da due musicologi tedeschi, Curt Sachs ed Erich von Hornbostel.

Anche per le collezioni archeologiche, cercò sempre di evitare le grandi opere scultore o vascolari, preferendo oggetti legati alla cultura classica in senso antropologico ed etnografico, prodotti di massa, anti-elitari.

Evan Gorga morirà a Roma nel 1957, a 92 anni, alcuni dicono ancora braccato da alcuni creditori.
Anche se non lesinava i metodi meno ortodossi per arricchire la sua raccolta, Evan Gorga è stato un personaggio unico: discusso, controverso, eccezionale, eclettico, estremo, un grande sognatore, forse il maggior collezionista, almeno quantitativamente parlando, che sia mai esistito.

Nel 2014 in palazzo Altemps si è tenuta una esposizione che ha riunito una piccola frazione di 1800 pezzi circa e che cerca di rimediare alla clamorosa poca fama del grande collezionista romano.

Peter Kopp’s atelier

Abbiamo chiuso il nostro soggiorno viennese con una visita al laboratorio di restauro di Peter Kopp e Sara Picchi.
Lui originario di Salisburgo, lei fiorentina, entrambi storici dell’arte, restauratori e straordinariamente disponibili nell’ospitarci presso il loro grande spazio in Rienösslgasse.
Da più di 15 anni Peter Koop e la sua equipe si occupano esclusivamente di restauro ligneo: elementi architettonici, mobili e oggetti con parti e superfici in legno a vista e oggetti in legno policromo.
I loro clienti sono indiscriminatamente pubblici e privati e i restauri effettuati sono innumerevoli, citiamo gli interventi presso la Hofkirche di Innsbruck, il Postsparkasse progettato da Otto Wagner e le porte del palazzo del Theresianum.
Tra tutti questi il lavoro più imponente è certamente quello per la sala da ballo dell’ex sede della Banca Am Hof di Vienna nel “quartiere dorato”, oggi Hotel Park Hyatt, i cui interni in legno sono andati distrutti in seguito ad uno spaventoso incendio del 2011.
Il lavoro del’atelier di Peter Kopp, in team con altri restauratori, è consistito nella ricostruzione di un intero ambiente rivestito in legno con parti policrome.
Ma aldilà delle considerazioni tecniche la cosa più bella che abbiamo registrato è l’atmosfera che si respira in laboratorio, la cortesia e l’affiatamento del gruppo di lavoro e l’assenza di tensione negativa. Cogliamo questa occasione per salutarli e augurar loro buon lavoro.

La Roma del Settecento di Giuntella

“Il ritratto convenzionale di una Roma settecentesca dissipata e frivola, inconsapevole e incurante della tempesta, che si andava addensando oltre il suo orizzonte e che l’avrebbe travolta, ha per lungo tempo prevalso. […] Dai quadri del Panini sembra calata in questi scritti una Roma smagliante di colori e di luci, splendida di trine, di stoffe arabescate, di livree sgargianti, di carrozze e di portantine dorate, popolata di dame e di cavalieri, di cardinali, di prelati, di abati, di curiali, tutta animata della gioia di vivere, dalla dolcezza soporifica di un eterno lasciarsi andare, senza affanni e senza fatiche […] Non che la chiara limpidezza della Roma dipinta dal Panini non sia un elemento autentico del paesaggio […] Ma come la Roma del settecento conosce, accanto alle monumentali piazze, le vie e i vicoli dei rioni, formicolanti di popolo e risonanti della molteplice attività degli artigiani, così la spensierata dissipatezza di alcuni fa da contrappunto alla diuturna e dura fatica, agli affanni dei molti. Anche quando la baldoria del famoso carnevale romano, travolge ogni ceto, al fondo di tutto vi è quella grave e secolare malinconia, che, non ostante le apparenze, è la caratteristica più vera dell’anima romana, anche in questi anni.”

Vittorio Emanuele Giuntella, Storia di Roma: Roma nel settecento, Volume 15, ed, Cappelli, Bologna 1971, pag. XI.

In foto: Giovanni Paolo Pannini, Festa musicale al teatro Argentina per le nozze del Delfino di Francia, 1747, Museo del Louvre, 204x247cm., Parigi.

Giovanni Paolo Pannini, Festa musicale al teatro Argentina per le nozze del Delfino di Francia, 1747 - Museo del Louvre, Parigi

Alte Meister

“Le cosiddette arti figurative sono della massima utilità per un musicologo come me, diceva Reger, e io, più mi sono concentrato sulla musicologia, e anzi più mi sono fissato sulla musicologia, tanto più insistentemente mi sono occupato delle cosiddette arti figurative; viceversa, penso che per un pittore, ad esempio, sia molto vantaggioso dedicarsi alla musica, e che se uno ha deciso di dipingere per tutta la vita, così pure per tutta la vita sarà per lui vantaggioso dedicarsi agli studi musicali. L’arte figurativa completa meravigliosamente quella musicale e Luna, diceva, ha sempre un effetto positivo sull’altra. Francamente non potrei concepire i miei studi di musicologia senza l’interesse per le cosiddette arti figurative, la pittura in particolare, diceva. Proprio per questo mi riesce così bene il mestiere di musicologo, perché nello stesso tempo e con pari entusiasmo, e soprattutto con pari intensità, io mi occupo di pittura. Non per niente da più di trentanni vengo al Kunsthistorisches Museum. Altri vanno all’osteria di primo mattino e bevono tre o quattro boccali di birra, io vengo qui, invece, mi siedo e osservo il Tintoretto. Lei pensa certo che sia una follia, e forse ha ragione, ma io non posso fare diversamente. Per qualcuno la più cara e pluridecennale abitudine consiste nell’andare a bere i suoi due o tre boccali di birra in una di quelle bettole aperte al mattino, io vado al Kunsthistorisches Museum. C’è chi, per poter affrontare la giornata, si immerge verso le undici del mattino nella vasca da bagno, io vado al Kunsthistorisches Museum. E se poi abbiamo anche un Irrsigler siamo a cavallo, diceva Reger. In effetti non c’è nulla che fin dall’infanzia io abbia detestato più dei musei, diceva, io per natura sono uno che detesta i musei, eppure, forse proprio per questo, da più di trent’anni vengo qui dentro, mi concedo questa assurdità senza dubbio indispensabile al mio intelletto. Come lei sa io non vado nella Sala Bordone per Bordone, e neanche ci vado per Tintoretto, anche se in effetti considero l’Uomo dalla barba bianca uno dei quadri più straordinari che mai siano stati dipinti, nella Sala Bordone io ci vado per via di questa panca e per l’influenza ideale di questa luce sul mio temperamento, in effetti io vado nella Sala Bordone per la temperatura ideale che vi regna, e anche per Irrsigler, che solo nella Sala Bordone è l’Irrsigler ideale. E in verità non ce la farei mai a stare, per esempio, in prossimità di Velâzquez. Per non parlare di Rigaud e di Largillière, che friggo come la peste. È qui, nella Sala Bordone, che la meditazione mi riesce meglio, e se qualche volta mi venisse voglia di leggere qualcosa qui sulla panca, il mio amato Montaigne, per esempio, o il mio forse ancor più amato Pascal, o il mio amatissimo Voltaire, come vede gli scrittori che io amo sono tutti francesi, neppure un tedesco, qui potrei farlo nel modo più piacevole e più fruttuoso. La Sala Bordone è la mia sala di riflessione e di lettura. E se qualche volta mi vien voglia di bere un sorso d’acqua, Irrsigler me ne porta un bicchiere, non devo neppure alzarmi. A volte la gente mi guarda sorpresa quando vede che io qui, seduto sulla panca, leggo il mio Voltaire e per di più bevo un bicchiere d’acqua fresca, si meravigliano, scuotono il capo e se ne vanno, ritenendomi probabilmente un individuo a cui lo Stato ha concesso la libertà che si dà ai buffoni.”

Thomas Bernhard, Antichi maestri (Alte Meister. Komödie), Adelphi 1992, traduzione di Anna Ruchat. L’opera in figura è il “ritratto di uomo dalla barba bianca” di Tintoretto conservato al Kunsthistorisches Museum Vienna.

Piccola Russia

Gianluigi Toccafondo è Sammarinese, illustratore, grafico, pittore e autore di una serie di straordinari cortometraggi animati realizzati disegnando o dipingendo su fotocopie. La sua pittura si fa movimento, sfuggente, pastosa, un espressionismo che mescola Sironi e Scipione.

“Dopo tanto cinema Toccafondo gira per La Piccola Russia delle immagini ex novo, riprende luoghi e personaggi da usare come base della futura elaborazione. «La Piccola Russia» erano chiamati, anni fa, quei paesini tra la Romagna e le Marche di operai e contadini tutti «rossi». I dirigenti di partito ci andavano per raccontare che in Russia c’era da mangiare per tutti e il pane scendeva dai rubinetti. Su questa favola mitica d’atmosfere perdute Toccafondo innesta una storia di cronaca nera di allora: un uomo uccide la famiglia per fuggire in Russia da una donna che ama. Le riprese di una Russia immaginaria sulle spiagge tra Gabicce e Cattolica, con i Palazzoni di Porto Verde sullo sfondo si confondono con i flash ridisegnati delle riviste dell’epoca, Cronaca vera, Stop e i fotoromanzi tipo Killing, Luna Park , Bolero. Un immaginario archetipo reinventato che fa da sfondo a personaggi «illustri» e poetici.”
Dario Zonta

http://www.gianluigitoccafondo.it