Il Re archeologo

Re Gustavo Adolfo VI di Svezia fu un sovrano dalla mille curiosità, un mecenate coltissimo: si interessò di architettura antica e moderna, era considerato un’autorità per quel che riguarda la ceramica cinese, fu un esperto botanico specializzato in fiori e giardinaggio che presso la residenza reale di Sofiero realizzò una delle più belle collezioni al mondo di rododendri. Fu proprio una sua pubblicazione in botanica ad aprirgli le porte dell’Accademia britannica nel 1958.

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Il Re di Svezia possedeva una enorme biblioteca privata costituita da 80.000 volumi sui più disparati argomenti e proverbiale era la sua avidità come lettore. Un’altra sua passione, quella che lo mise in contatto con il nostro Paese, fu l’interesse verso la storia delle civiltà europee.
Fu lo stesso Gustavo Adolfo a raccontare, nel discorso da lui tenuto in occasione del conferimento della laurea Honoris Causa presso l’Università di Oxford, di come a quindici anni avesse partecipato al suo primo scavo in Svezia, al tumulo di Haga ad Uppsala e di Helgo.
Il primo scavo italiano a cui Gustavo Adolfo partecipò all’età di diciassette anni fu sull’isola di Capri, precisamente ad Anacapri, presso la Villa San Michele, di proprietà del medico svedese Axel Munthe. Villa San Michele sorgeva sui resti di una villa romana e i membri della Casa Reale svedese vi soggiornarono spesso, in particolare la regina Vittoria, che soleva far visita al celebre medico di corte. Il principe ereditario, come la madre, amava l’Italia e i membri della famiglia soggiornavano volentieri in Campania: nel Golfo di Napoli, a Sorrento, Amalfi e soprattutto Capri.

Maria Floriani Squarciapino è stata Ispettore Archeologo (dal 1946 al 1966) e successivamente Soprintendente della Soprintendenza Archeologica di Ostia (dal 1966 al 1974). In questa foto illustra al Re Gustavo Adolfo di Svezia lo scavo della Sinagoga di Ostia Antica.

Maria Floriani Squarciapino è stata Ispettore Archeologo (dal 1946 al 1966) e successivamente Soprintendente della Soprintendenza Archeologica di Ostia (dal 1966 al 1974). In questa foto illustra al Re Gustavo Adolfo di Svezia lo scavo della Sinagoga di Ostia Antica.

Negli anni che seguirono partecipò a spedizioni archeologiche in Cina, in Grecia (nell’Argolide), a Cipro in Corea e in Italia, dove, nel 1925, fondò l’Istituto Svedese di Studi Classici a Roma, istituzione tutt’ora celebre per l’etruscologia.
Nel Mediterraneo orientale, area che il Re visitò sin dagli anni Venti, ricavò svariate anfore greche, un frammento di statua votiva della Mesopotamia e una brocca con becco della Persia.
In Italia divenne particolarmente celebre per la sua passione per le antichità che gli valsero il soprannome di “Re archeologo.” Dal 1957 fu impegnato nelle grandi campagne archeologiche nella Tuscia Viterbese, a San Giovenale e Luni sul Mignone, nel comune di Blera, e ad Acquarossa nei pressi di Ferento.

Moltissime le foto che lo ritraggono nei cantieri in abbigliamento informale: camicia arrotolata, stivali, una borsa da campo, una Hasselblad a grandangolo fisso; armato di trowel, pennello e assediato da fotografi e giornalisti, rinveniva pezzi, assisteva al cantiere e si consultava con altri archeologi.
Ricordiamo che si deve alla sua équipe il ritrovamento della tomba 2821 della necropoli di monte Abatone, presso Canino, che fu aperta davanti al Re, e a lui donata.

Gustavo VI Adolfo di Svezia sul cantiere di scavo a San Giovenale. Il re partecipò alle indagini acheologiche condotte nel sito etrusco dall’Istituto Svedese di Studi Classici a Roma tra il 1956 ed il 1965.

Gustavo VI Adolfo di Svezia sul cantiere di scavo a San Giovenale. Il re partecipò alle indagini acheologiche condotte nel sito etrusco dall’Istituto Svedese di Studi Classici a Roma tra il 1956 ed il 1965.

Fino all’età di 88 anni continuò a presiedere ai cantieri di rovine etrusche di Acquarossa, dove la campagna di scavo pluriennale era stata portata avanti dagli svedesi dell’Istituto romano con abbondanza di risorse umane, materiali e soluzioni all’avanguardia per quei tempi.
Si è molto parlato del reale ruolo del Re in queste imprese: la verità è che l’interesse di Re Gustavo Adolfo e quello della Corte a questi scavi aveva focalizzato l’attenzione su questi centri archeologici nonché facilitato in maniera eccezionale il finanziamento e l’organizzazione dei progetti, con tanti partecipanti e collaboratori.

Ciò nonostante, Re Gustavo Adolfo non fu in alcun modo alla guida degli scavi in Etruria: la progettazione scientifica e la guida dei lavori sul campo, infatti, furono sempre affidate ad altri esperti archeologi.

Il Re archeologo morì nel 1973, alla veneranda età di 90 anni, all’Helsingborg Hospital. Gli succedette al trono il nipote 27enne Carlo XVI Gustavo. In rottura con la tradizione, non venne sepolto a Riddarholmskyrkan a Stoccolma, bensì al cimitero reale di Haga, a fianco le sue due mogli defunte.

Bibliografia e sitografia:
Barbro Santillo Frizelli, Il Re archeologo, Gustavo VI Adolfo nel Viterbese http://www.bibliotecaviterbo.it/biblioteca-e-societa/2010_1-2/cap6_frizell.pdf (11 agosto 2015, 19:41)
Rescifina Giuseppe, I tesori del re archeologo http://archiviostorico.corriere.it/2001/settembre/16/tesori_del_archeologo_co_10_0109162053.shtml (11 agosto 2015, 19:51)
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La storia infelice del profeta Diefenbach

Karl Wilhelm Diefenbach nacque il 21 febbraio del 1851 ad Hadamar, in Assia. La sua educazione fu fortemente influenzata da un lontano parente di nome Lorenz, sacerdote cattolico, etnologo e romanziere. Questo uomo colto, intelligente e di spirito aperto alle possibilità d’arricchimento che potevano venire anche da altre religioni, esaltò la profondità del giovane artista avviandolo verso un misticismo che, in seguito lo indusse, alla Teosofia.

A vent’anni, per continuare gli studi all’accademia di Belle Arti, Diefenbach si trasferisce a Monaco di Baviera nel quartiere di Schwabing. Dal 1874, a seguito di una lunga malattia, inizia a delinearsi la sua filosofia artistica ed esistenziale attraverso un modello di vita che induce l’artista alla completa rinuncia del superfluo e a girare coperto di una lunga tunica di sacco, a testa nuda, con i sandali ai piedi.

La sua predicazione messianica propugna la profonda unità tra arte e vita, il nudismo, l’antimilitarismo e il vegetarianismo, accusando apertamente le esplosive contraddizioni sociali e morali della Germania dell’epoca, tutta tesa all’industrializzazione e al riarmo. In questo senso Diefenbach è sicuramente il principale antesignano del movimento della Lebensreform, in questo movimento coesisteranno la reazione all’egemonia della tecnica, l’affermazione dell’unità inscindibile di corpo ed anima, la riscoperta della bellezza estetica del corpo, la valorizzazione e celebrazione di una natura incorrotta e purificatrice (pratiche abituali erano i bagni di sole, aria e luce, l’astensione da alcol e tabacco, ginnastica a corpo nudo e danza espressiva).

Il messaggio di Diefenbach crea vasti consensi tra la popolazione e molti giovani cominciano a seguire le sue regole di vita. Dopo una famosa predica “Sulle origini della miseria umana” gli viene addirittura proibito di parlare in pubblico e presto le autorità tedesche gli scatenano contro una vera e propria campagna di stampa diffamatoria. “Pervertitore e corruttore dei giovani”, “sobillatore e pazzo”, “Kohlrabi-Apostel” (apostolo-rapa) sono alcune delle infamanti accuse che i giornali gli rivolgono attaccando nello stesso tempo la sua opera artistica.

Nel 1885 lascia la ostile Monaco e si stabilisce, in una cava abbandonata, la Steinbruchhaus di Höllriegelskreuth nella valle dell’Isaar, sempre in Baviera. A capo della sua famiglia patriarcale, la moglie e tre figli, comincia a concretizzare il sogno di un laboratorio artistico in cui condurre una vita esemplare.
Le condizioni di vita erano durissime e Diefenbach continuava le prediche e gli esercizi a corpo nudo. Le autorità posero gendarmi attorno al laboratorio e lo sottoposero al primo processo della storia per nudismo. Fu condannato per due volte al carcere, pena commutata in seguito in forti ammende.

Si trasferì poi a Vienna dove aveva avuto attraverso l’interessamento del mercante Karl Mauer, la proposta di esporre al Kunstverein. L’accoglienza della città fu tra le migliori: alla sua prima esposizione, nel gennaio del 1892, infatti, accorse tutta la nobiltà, l’alta borghesia e l’ambiente intellettuale che mostrarono insieme alla stampa di apprezzare le opere del maestro e lo spirito che le sottintendeva, tanto che ricevette l’invito a corte dell’Imperatore Francesco Giuseppe.

Dopo un breve periodo di serenità, riprendono le polemiche e gli attacchi della stampa. A Trieste oltre all’esposizione delle sue opere l’artista realizzò il fregio lungo 70 metri per il transatlantico austriaco Franz Ferdinand Este. Anche quella triestina fu solo una tappa perché, dopo aver vissuto per qualche tempo in una fortezza abbandonata, nel 1900 decise di venire in Italia trasferendosi definitivamente sull’isola di Capri. L’isola si rivelò per lui un inesauribile fonte d’ispirazione: “Capri mi basterà per tutta la vita con queste aspre rupi che adoro, con questo mare tremendo e bellissimo benché, é in verità, io soffra il martirio del boicottaggio dei miei connazionali che venendo qui muovono contro di me vergognose accuse di immoralità ed empietà”.

A Capri, nei tredici anni di permanenza, produrrà molte opere nel suo atelier di via Camerelle, presso l’attuale residence, e poi nello stabile occupato oggi dal ristorante “Campanile”. L’isola degli inizi del’900 è un crocevia di personaggi e culture diverse attratti per svariati motivi attratti dai paesaggi capresi. Diefenbach vive sostanzialmente isolato nonostante la non ostilità della popolazione. La sua figura imponente, il modo di vestire monacale, i capelli lunghi e i sandali indossati anche d’inverno,predicava il vegetarianismo e la fratellanza universale in agitate prediche sulla piazzetta della funicolare gli valgono i giudizi ironici e sprezzanti da parte d’intellettuali e popolani. Karl Wilhelm Diefenbach muore il 13 dicembre 1913 per un attacco di peritonite e la sua opera scivola nel disconoscimento e nel disprezzo. Nel cimitero cattolico di Capri è sepolto anche il figlio Helios che morì il 3 luglio 1950.

Sfortunatamente le sue grandi relè con sfondi scuri e scene così drammatiche erano molto distanti dalle stereotipe vedute dei Faraglioni. I suoi quadri non li capiva nessuno. Basterà ricordare che Edwin Cerio, il quale all’epoca dettava legge in Capri in fatto di estetica, trovava le tele di Diefenbach “dipinte in quella maniera bituminosa in cui lui e la scuola avevano raffigurato il paesaggio caprese funestato dalla sua predicazione”. Per riuscire a sopravvivere, il pittore era costretto ad abbordare i forestieri per strada invitandoli a visitare l’atelier accanto alla terrazza della funicolare, dove adesso c’è una boutique Prada. Diefenbach non trovò a Capri la sognata felicità.

Le grandi tele dell’artista rimaste fino al 1931 nello studio sono trasferite alla Certosa di San Giacomo di Capri dove per anni sono abbandonate al degrado, al vandalismo e al saccheggio. Solo agli inizi degli anni ’70, per l’interessamento del signor Friedrich Fridolin von Spaun, figlio di Stella Diefenbach, le opere vengono salvate e donate allo stato Italiano. L’impegno del Prof. Raffaello Causa, Sovrintendente ai Beni Storici della Campania, permette la realizzazione nel 1974 del Museo Diefenbach in alcune sale della Certosa di San Giacomo. Vi sono contenute 31 tele, 5 sculture in gesso, e un ritratto del pittore dipinto da Ettore Ximenes.