Slasher Maria e la Venere Rokeby

Diego Velázquez, Venere allo specchio ('The Rokeby Venus') 1647-51, olio su tela, 122.5 x 177 cm, National Gallery, Londra.

Diego Velázquez, Venere allo specchio (“The Rokeby Venus”), 1647-51, olio su tela, 122.5 x 177 cm, National Gallery, Londra.

Il 18 novembre 1910 è ricordato dalle Suffragette come il "Black Friday": Fu la prima volta che alle loro proteste si reagì con la violenza fisica. Due donne morirono negli scontri con la polizia e circa duecento donne furono arrestate.

Il 18 novembre 1910 è ricordato dalle Suffragette come il “Black Friday:” fu la prima volta che alle loro proteste si reagì con la violenza fisica. Due donne morirono negli scontri con la polizia e circa duecento attiviste furono arrestate.

La protagonista della storia che vi raccontiamo è Mary Richardson, bellicosa attivista delle Women’s Social and Political Union negli anni cruciali in cui le Suffragette si rivelarono particolarmente attive. In Inghilterra, la recrudescenza di queste battaglie per il voto alle donne si acuì dopo il cosiddetto “Black Friday,” quando le WSPU, osteggiate dalle istituzioni inglesi, vennero duramente aggredite e alcune di loro furono vittime di abusi sessuali da parte della polizia.

Mary Richardson aveva una fedina penale che registrava diverse detenzioni nel carcere femminile di Holloway per aver aggredito agenti di polizia, danneggiato finestre e appiccato incendi, ma la sua impresa più celebre fu sicuramente il noto “taglio” della Venere Rokeby alla National Gallery nel marzo del 1914.

Abbiamo già chiarito la nostra posizione di condanna al vandalismo di opere d’arte; tuttavia, ci interessano molto i meccanismi e le ragioni di questi gesti. In questo caso, infatti, parlare di Mary Richardson ci consente di indagare sulla cultura politica di quegli anni e sul vero movente dell’attentatrice: spesso, semplificare queste vicende in termini di patologie psichiche serve solo a dar voce ai propri pregiudizi, aumentando così l’abisso tra il vandalo e il “cittadino educato.”

La “Venere Rokeby,” anche detta “La toilette di Venere” o “Venere del Espejo,” come è più corretto definirla, fu dipinta dal grande artista spagnolo Diego Velázquez durante il suo secondo soggiorno romano alla metà dei 600′. Notoriamente, fu il suo unico nudo femminile, perlomeno l’unico superstite. L’opera arrivò in Inghilterra nel 1813, quando fu acquistata da John Sawrey Morritt per 500£ ed esposta nella sua casa al Rokeby Park nello Yorkshire – da qui il nome popolare del dipinto. In merito alla collocazione, Morritt scrisse del “fine painting of Venus’ backside” al suo amico Sir Walter Scott:

“The ladies may avert their downcast eyes without difficulty and connoisseurs steal a glance without drawing the said posterior into the company.”

Il dipinto esposto nella villa al Rokeby Park nello Yorkshire

Il dipinto esposto nella villa al Rokeby Park nello Yorkshire

Nel 1906 il dipinto fu acquistato per la National Gallery dal National Art Collections Fund, e fu celebrato dal The Times come “perhaps the finest painting of the nude in the world” (“forse il più fine nudo al mondo”). Anche Re Edoardo VII espresse parole di grande ammirazione per l’opera e versò 8.000 sterline per contribuire all’acquisto.

Fa un certo effetto al lettore moderno leggere come il “The Times” cercò di giustificare l’acquisto e la presenza di quel nudo “absolutely pure” nella National Gallery scrivendo:

“a marvellously graceful female figure…quite nude…neither idealistic nor passionate, but absolutely natural, and absolutely pure; she is not Aphrodite but rather “the Goddess of Youth and Health”, the embodiment of elastic strength and vitality – of the perfection of Womanhood at the moment when it passes from the bud in to the flower.”

L’operazione di rendere socialmente accettabile un dipinto così audace del XVI secolo significa, infatti, alterarne le chiavi di lettura: il giornale inglese devia il discorso dalla dea dell’amore, completamente nuda, e preferisce descriverla come una più morigerata divinità della bellezza e della giovinezza, elastica e vitale, sottraendole ogni sottotesto passionale.
Quando Mary Richardson entrò nella National Gallery il 4 marzo del 1914 con una mannaia opportunamente celata nella manica del suo soprabito, la Venere Rokeby era senza dubbio uno dei dipinti più famosi in Gran Bretagna.
La Richardson arrivò in galleria verso le dieci di mattina e per circa due ore vagò innocentemente per le sale dell’edificio, improvvisando anche qualche schizzo dei dipinti:

“All I had to do was release the last one and take out my chopper and go…bang!”

Da ex-studentessa d’arte, conosceva la galleria ed aveva premeditato da tempo di colpire quell’opera. La stessa Richardson dichiarò poi che il piano fu approvato dalla leader delle suffragette inglesi Christabel Pankhurst:

“It was highly prized for its worth in cash…the fact that I disliked the painting would make it easier for me to do what was in my mind.”

Nei tre anni precedenti tale celebre attentato si erano moltiplicati gli atti vandalici a scopo politico delle Suffragette e alcune di loro vennero arrestate e imprigionate per aver rotto i vetri di protezione di quattordici dipinti presso la Manchester Art Gallery; da allora nei musei di tutto il Paese vigeva un certo allarme.
Quel giorno vi erano ben due agenti e un custode a guardia del dipinto, un dispiegamento di forze che bastava a far desistere la Richardson. Verso mezzogiorno, uno degli agenti si allontanò per il pranzo mentre l’altro, incrociando le gambe, iniziò a leggere un giornale che gli nascose alla vista il quadro. La Richardson coglie la sua occasione e rilascia la mannaia dalla manica.
In un’intervista registrata nel 1959 per la BBC, due anni prima di morire, Mary Richardson raccontò:

“I went and hit the painting. The first hit only broke the glass it was so thick, and then extraordinarily instead of seizing me, which he could have quite easily, because I was only a couple of yards from him. He connected the falling glass with the fanlight above our heads and walked round in a circle looking up at the fanlights which gave me time to get five lovely shots in…”

Il primo colpo infrange il vetro: il rumore dei cristalli viene scambiato per una finestra rotta e, in quei brevi momenti di spaesamento, Mary Richardson ha tutto il tempo di sferrare altri cinque colpi.
All’intervento dell’agente si accompagnò anche quello dei visitatori: venne strappata la mannaia dalle mani della Richardson e, senza opporre resistenza, l’agguerrita suffragette viene accompagnata in una camera di sicurezza.

Mary Richardson quella mattina era ulteriormente motivata dalla notizia dell’arresto della signora Emmeline Pankhurst, avvenuto la sera prima al St. Andrew Hall di Glasgow. Ricordiamo che Emmeline Pankhurst fu la fondatrice del WSPU e si muoveva protetta da un gruppo di 25 amazzoni addestrate nell’arte marziale del Jujitsu. Ad istruire queste eleganti signore, abili anche nell’uso del bastone indiano, vi era un’altra femminista, Edith Garrud.

"The Suffragette that knew Jujitsu" vignetta satirica di Arthur Wallis Mills pubblicata nel 1910 sul Punch and The Wanganui Chronicle.

“The Suffragette that knew Jujitsu” vignetta satirica di Arthur Wallis Mills pubblicata nel 1910 sul Punch and The Wanganui Chronicle.

Secondo Il “Glasgow Herald,” quando la polizia cercò di arrestare Emmeline Pankhurst, durante un comizio a St. Andrew, si trovò davanti ad azioni di disturbo senza precedenti. Nelle decorazioni floreali del palco venne mascherato del filo spinato e le agguerritissime guardie del corpo della signora Pankhurst diedero filo da torcere alle forze di polizia.

Il giorno dopo la notizia del suo arresto l’indignazione prese forma in una folla di attivisti a Trafalgar Square: Emmeline Pankhurst vi doveva tenere un comizio organizzato dalla Men’s Federation for Women’s Suffrage.

Il giorno dell’attentato, Mary Richardson era solo provvisoriamente una donna libera; per lei vigeva il cosiddetto “Cat and Mouse Act”, una legge in vigore dal 1913 che prevedeva la liberazione temporanea degli imprigionati in caso di cattive condizioni di salute e, una volta ristabiliti, i detenuti rientravano in carcere e finire di scontare la pena. Pur di uscire dal carcere, le suffragette si sottoponevano a durissimi scioperi della fame, spesso interrotti dalle autorità con l’alimentazione forzata tramite tubi gastrici.
Il “Cat and Mouse Act” ebbe però l’effetto contrario: l’opinione pubblica cominciò a simpatizzare per queste donne coraggiose.

Christabel Pankhurst nel september del 1913. Fu lei ad approvare il piano di Maria Richardson. Photo Record Press.

Christabel Pankhurst nel settembre del 1913. Fu lei ad approvare il piano di Maria Richardson. Photo Record Press.

Dopo aver coplito, Mary Richardson fu portata alla stazione di polizia di Bow Street Magistrates Court dove venne accusata di aver intenzionalmente danneggiato la “Venere Rokeby” per l’importo di £40.000. La National Gallery restò chiusa al pubblico per due settimane e gli amministratori della galleria cominciarono a prendere più seriamente la tutela dei suoi capolavori.

Uno dei possibili collegamenti tra l’attentato e la causa delle attiviste inglesi è probabilmente uno degli  amministratori del museo, un certo Lord Curzon, viceré delle Indie, che al suo ritorno in Inghilterra avevano condotto una campagna al limite della misoginia contro il suffragio femminile. Nel 1908 aveva supportato la Anti-Suffrage League, della quella divenne presidente.

La stampa pubblicizzò ampiamente l’attacco e il “The Times” scrisse:

“The British Government is getting precisely the sort of treatment it deserves at the hands of the harridans who are called militants for its foolish tolerance of their criminal behaviour. Why should women who commit assaults and destroy property be treated differently from common malefactors.”

Si invocò l’applicazione di leggi speciali e la Richardson fu condannata a sei mesi per i danni causati. Nelle sue memorie, intitolate “Laugh a Defiance” (“riso e sfida”), Mary Richardson descrisse la scena del verdetto quando il giudice era quasi in lacrime per il fatto di poterle comminare solo sei mesi. Mary Richardson in carcere iniziò un nuovo sciopero della fame e dopo poche settimane fu temporaneamente liberata.

Allo scoppio della Grande Guerra, il WSPU si spaccò tra neutraliste ed interventiste e la Richardson tentò la carriera politica con il partito laburista. Verso la fine del 1933, una svolta decisiva la portò ad unirsi “British Union of Fascist”, divenendo responsabile della sezione femminile del partito. Alla luce di una sua dichiarazione in merito alla precedente esperienza politica dichiarò:

“I feel certain that women will play a large part in establishing Fascism in this country.”

Mary Richardson ha lasciato il BUF nel 1935 senza mai chiarirne le ragioni; la sua autobiografia, pubblicata nel 1953, non menziona questa fase della sua attività politica.

Il 7 novembre 1961, morì nel suo appartamento alla 46St James Road ad Hastings per bronchite e insufficienza cardiaca all’età di 78 anni. Ancora oggi è ricordata nel Regno Unito col nomignolo di Slasher Maria, in ricordo di quei tagli all’opera di Velázquez.

Noi, quest’opera, abbiamo potuto osservarla con grande attenzione ad una mostra temporanea al Kunsthistoriches Museum di Vienna e, a ben guardare, i tagli sono ancora leggibili seppur opportunamente restaurati. Chiudiamo questo post con le parole dell’attivista complice della Richardson, Christabel Pankhurst, figlia di Emmeline:

“That ‘the Rokeby Venus’ has because of Miss Richardson’s act, acquired a new and human and historic interest. For ever more, this picture will be a sign and a memorial of women’s determination to be free.”

 

Bibliografia e sitografia:
http://www.bbc.com/news/blogs-magazine-monitor-26491421 (09 ago 2015, ore 18:27)
http://www.nickelinthemachine.com/2013/07/the-suffragette-and-fascist-mary-richardson-and-the-rokeby-venus-at-the-national-gallery/ (09 ago 2015, ore 18:31)
http://www.artinsociety.com/from-the-rokeby-venus-to-fascism-pt-1-why-did-suffragettes-attack-artworks.html (09 ago 2015, ore 18:46)

 

Annunci

La Roma di Scipione

Scipione, Piazza Navona, Olio su tavola, 80x82cm, Galleria nazionale d'arte Moderna, Roma.

Scipione, Piazza Navona, Olio su tavola, 80x82cm, Galleria nazionale d’arte Moderna, Roma.

L’inizio dell’attività artistica di Gino Bonichi in arte “Scipione” si colloca intorno al 1924. Fu Mario Mafai, con il quale Scipione strinse un rapporto di amicizia oltre che un intenso sodalizio artistico, a convincerlo a seguire i corsi all’Accademia Libera del Nudo di Roma.
La vita di Scipione è però segnata all’età di 15 anni da una grave forma di tubercolosi, una malattia all’epoca estremamente diffusa e malcurata, si palesava con emottisi, pallore e una lunga fase di deperimento che ridusse la sua carriera artistica agli anni compresi tra il 1929 agli inizi del 1933 (dell’ultimo anno non restano che una serie di disegni per riviste e periodici letterari).

Scipione nacque a Macerata nel 1904 ma già nel 1909 si trasferì a Roma, dalla quale si muoverà soltanto per curare la malattia che lo spinge ad una lunga serie di soggiorni fuori dalla capitale, nella vana speranza di ottenere, in climi più temperati e secchi, una temporanea soluzione al suo male. Le tappe di questi ricoveri sono Collepardo, Grottaferrata, Norcia e il sanatorio di Arco a Trento dove il 9 novembre 1933 Scipione si spense all’età di 29 anni.

Da sinistra: Scipione, Copertina per Parole all’orecchio, di Vincenzo Cardarelli, Ed. Carabba, Lanciano 1929. Scipione, Copertina per Ossi di Seppia, di Eugenio Montale, Ed. Carabba, Lanciano 1931.

Da sinistra: Scipione, Copertina per Parole all’orecchio, di Vincenzo Cardarelli, Ed. Carabba, Lanciano 1929. Scipione, Copertina per Ossi di Seppia, di Eugenio Montale, Ed. Carabba, Lanciano 1931.

Roberto Longhi nel 1929 scrivendo di Mafai e della sua compagna Antonietta Raphaël, include anche il nome di Scipione e battezza la “scuola di via Cavour“, dopo essere stato, quasi certamente a trovare i due artisti nella loro casa-studio. Scrive Longhi in chiusura del celebre articolo: “Un’arte eccentrica ed anarcoide che difficilmente potrebbe attecchire tra noi, ma che è pure un segno da notarsi, nel costume odierno”. La scuola di via Cavour fu un gruppo impassibile di fronte agli allettamenti novecenteschi, di tenzenza tonale e molto propenso a sconfinare nel fantastico e nel letterario.

Il momento preso da noi in considerazione comprende opere di Scipione che vanno dal 1929 fino alla primavera del 1931, il periodo appunto più florido della carriera dell‘artista.
Questa selezione di opere potrebbe apparire discutibile ma che cerca di dare visibilità anche alle altre attività dell’artista: il disegno, l‘incisione e l‘illustrazione editoriale tralasciando al momento la pur importante attività letteraria.

A sinistra: Scipione, Il risveglio della bionda sirena, 1929, olio su tavola cm 80,5x100,2, coll. Privata Torino. A destra: Antonietta Raphaël dipinge sulla terrazza della casa-studio di Via Cavour a Roma nel 1929. Si noti la pelle di leopardo che evidentemente Scipione ha usato per “Il risveglio della bionda sirena”.

A sinistra: Scipione, Il risveglio della bionda sirena, 1929, olio su tavola cm 80,5×100,2, coll. Privata Torino. A destra: Antonietta Raphaël dipinge sulla terrazza della casa-studio di Via Cavour a Roma nel 1929. Si noti la pelle di leopardo che evidentemente Scipione ha usato per “Il risveglio della bionda sirena”.

La città eterna fu per Scipione un‘importante fonte d’ispirazione e testimone della sua breve avventura umana e artistica, alla quale rese omaggio col suo pseudonimo degno di ricordi di una remota romanità: quella classica e pagana e quella cattolica e controriformista.

La Roma degli anni di Scipione è quella della “Casa d‘arte Bragaglia” e del suo teatro, dei cialtroni sventramenti fascisti, di Marinetti che si fa accademico d’Italia in feluca e spadino, del Caffe Aragno e del meno frequentato Caffè Greco dove Moravia ed Elsa Morante atttendevano la fine del fascismo. Scipione in quegli anni coltivò una profonda amicizia con Giuseppe Ungaretti che gli fa conoscere la letteratura di Gongora, di Lautremont, di Eugenio Montale, di William Blake e della Bibbia, scriverà poi il poeta:

“incominciai a sentire Roma vicina al mio cuore – confessa il poeta – quando capii che in Roma il Barocco ha origine da Michelangelo. […] Quando, capito il Barocco, Roma incominciò a diventarmi familiare, fu mediante l’avvicendarsi delle stagioni che incominciò a farmisi più vicina. […] Conobbi allora Scipione, e i rossi di porpora e i rossi in penombra, il rosso delle ferite e il rosso della passione, il rosso gloria, tutti i rossi nel rosso che il vecchio travertino e la torpida acqua del Tevere ingoiavano negli estivi tramonti di Roma”

Scipione, Ritratto di Ungaretti, 1931 ca., olio su tavola, 54x51,4cm, Galleria Nazionale d‟arte Moderna, Roma.

Scipione, Ritratto di Ungaretti, 1931 ca., olio su tavola, 54×51,4cm, Galleria Nazionale d‟arte Moderna, Roma.

Dopo la sua precoce morte un’aurea di leggenda si approprio delle opere di Scipione e dei suoi scritti: si dice che amasse bere alle fontane di Roma, che trascorresse le giornate in giro per la città e che a Villa Sciarra trascorse una notte nella gabbia dei pavoni.
Ma aldilà degli aneddoti ci resta la storia di un artista oggi semi dimenticato che tinteggiò i cieli di Roma con toni arroventati, animando le architetture barocche, frequentatore della vita intellettuale della città, di redazioni di riviste e di qualche coraggiosa galleria d’arte.
Quelle rare volte che fa capolino in qualche mostra si fa un gran parlare dello Scipione espressionista, barocco, decadente e maledetto, un artista che sicuro divide: nel dopoguerra fu stimato da Alberto Moravia mentre Federico Zeri lo considerò un artista sopravvalutato. Noi lo guardiamo tenendo bene a mente le vicende della transavanguardia, mentre il “Cardinal Decano”, presentato da Scipione alla XVII Biennale Internazionale d’Arte di Venezia, ci suggerisce interessanti connessioni con l’Innocenzo X di Francis Bacon.

Da sinistra: Diego Velazquez, ritratto di Innocenzo X, olio su tela, 1650, Galleria Doria Phamphilj, Roma. Gino Bonichi detto Scipione, Ritratto del Cardinal Decano, 1930, olio su tavola, 113,7x117,3cm, Galleria comunale d'arte moderna, Roma. Francis Bacon, Study after Velázquez's Portrait of Pope Innocent X, 1953, olio su tela, 153 cm × 118 cm, Des Moines Art Center di Des Moines, in Iowa.

Da sinistra: Diego Velazquez, ritratto di Innocenzo X, olio su tela, 1650, Galleria Doria Phamphilj, Roma. Gino Bonichi detto Scipione, Ritratto del Cardinal Decano, 1930, olio su tavola, 113,7×117,3cm, Galleria comunale d’arte moderna, Roma. Francis Bacon, Study after Velázquez’s Portrait of Pope Innocent X, 1953, olio su tela, 153 cm × 118 cm, Des Moines Art Center di Des Moines, in Iowa.

Bibliografia e sitografia:
Archivio della scuola romana: http://www.scuolaromana.net/ (27.07.2015, 16:52)
Centro Studi Mafai Raphael: http://www.raphaelmafai.org/index.php (27.07.2015, 17:24)
Libero De Libero, 800 e 900 a Roma: La tradizione Mafai e Scipione, Belvedere, Milano, aprile 1930.
Corrado Efisio Oppo, Mafai e Scipione alla Galleria di Roma, ―La Tribuna‖, Roma, 13 novembre 1930.
Mario Mafai, La pittura del 1929, in ―Il Contemporaneo‖, Roma, 1 maggio 1954.
Alvi Geminello, Tormenti ed estasi di Scipione, pittore mistico: http://archiviostorico.corriere.it/2003/agosto/22/Tormenti_estasi_Scipione_pittore_mistico_co_0_030822079.shtml
Anthony G. White, “Sexuality and Urban Space in the Work of Scipione (1904 – 1933)”: https://www.youtube.com/watch?v=-60lnDdJnI